Iniziare dalle scarpe

Ad un certo punto della vita, si decide di fare un salto.
Il salto è la vita a due. Quella che contempla il dividere oltre al letto (cosa facilissima), anche il bagno (cosa discretamente meno facile). Nonché la fiatella della mattina presto, quella cosa che pensi “oddio, è morto il gatto” e poi metti la mano a cucchiaietto e ti ricordi improvvisamente di aver dato degna sepoltura alla parmigiana, la sera prima. Orrore.

La mia singletudine non era mondana come quella della Bradshow, anche perché per quanto una città italiana possa essere mondana, onestamente non è Manhattan. E a meno di non volerla attraversare tutta, prima o poi a voler sempre star fuori, ti tocca anche il tresette col circolo bocciofila.

Però dai, era una singletudine degna di rispetto. Egoistica il giusto, abbastanza raffinata e sicuramente comoda. Per dire, il calzino e la tuta me li concedevo eh, ma in completa solitudine.

La mia compulsività (tutte le single un po’ egoiste e un po’ raffinate ne hanno almeno una, è un must) non si fermava solo ad abbigliamento ed accessori, ma per una strana forma di sindrome di Peter-Pan cronica, ci finivano in mezzo anche il reparto cartoleria e quello libreria, con buona pace di portafoglio e spazio in casa.

Insomma vivevo felice e spensierata nella mia piccola casetta (piccola sì, ma con cabina armadio), dividendomi tra lavoro, mondanità, amici e qualche avventuretta.

Poi è arrivato lui.
Inizialmente romanticamente definito MisterBig insieme alle amiche (anche perché, dai, non vuoi dar loro qualcosa di malizioso su cui sparlare?), colui che mi ha travolto e divelto dal mio stato di single è ora universalmente noto come MisterD(ivano), a causa di una sua particolare e duratura forma di attrazione gravitazionale nei confronti di qualunque cosa morbida e discretamente accogliente sia posta di fronte ad un televisore.

Dopo il primo incontro, il secondo, il terzo, dopo diversi bicchieri della staffa bevuti a casa sua, finalmente mi decisi ad aprire il mio regno all’affascinante MisterBig.
Casetta pulita all’inverosimile con l’aiuto di Juliaca, preziosissima collaboratrice domestica ad ore (del resto lavorare a tempo pieno lasciava poco spazio e tempo per avere casetta splendida splendente), cena sfiziosa nel forno (opera del catering dell’amica Carolina), estetista a prova di verifica con carta telefonica (sì, si usavano ancora), trucco discreto. Insomma tutto era stato calcolato con precisione.

La serata andò benissimo: sguardi languidi, carezze in punta di dita, cena buonissima, vino giusto, tutto perfetto. Fin quando…

Fin quando MisterBig non imboccò nella mia cabina armadio invece di entrare nel bagno.
Poco male, uscì subito e andò a svolgere le sue funzioni corporali altrove, ovviamente.

Tornò con uno sguardo piacione e sornione da chi sa che ti ha in pugno e disse: se io e te si va a vivere insieme, penserai mica di portare con te tutta quella robbbba, quella cabina armadio è grande quanto la mia cucina e francamente io non mangio scarpe.

Quella robbbba erano le mie scarpe, i vestiti, gli accessori. Una stanza che ritenevo sacra come più o meno come la tomba di Tutankhamon e in cui non facevo entrare neanche mia madre.

Espresse questa tremenda sentenza in piedi nel mio salotto, con il dolce ancora nel piatto e le bollicine ancora in circolo. Le farfalle nel mio stomaco, invece, avevano fatto harakiri senza pietà.

Decisi in quell’istante che non lo avrei visto mai più. Tzè.

Ma figurati: se vuole me si prende anche le scarpe e tutto il resto. Così sbandieravo, un filo alterata, al telefono con Compagnadimerende. Ma ti rendi conto? Ma che cafone! Un mostro! Ovvio che se volesse rivedermi dovrà strisciare come un verme.

Due mesi dopo convivevamo. A casa sua. Senza le mie scarpe.
Lui, per inciso, non ha mai smesso di camminare eretto.

Non mi sembrava di aver asserito di essere una donna coerente, vero?