Instavista a Eva, Il frutto della passione

Abbiamo intervistato Eva, expat in Brasile e mamma grazie all’adozione e alla pma. Eva ha il dono di emozionare sia con la fotografia che con la scrittura. Noi l’abbiamo conosciuta su instagram e subito ci siamo appassionate alla sua vita raccontata nel suo blog, Il frutto della passione.

Oggi vi presentiamo Eva, abbiamo imparato a conoscerla attraverso le sue poetiche fotografie e le sue profonde parole, il suo blog Il frutto della passione , su instagram la trovate come @ilfruttodellapassione, italiana trapiantata in Brasile racconta la sua vita di mamma tra adozione e pma senza tabù sull’infertilità. Le fotografie della sua splendida famiglia lasciano sempre senza fiato eppure lei riesce anche a mettere nero su bianco certe emozioni indescrivibili, il suo è certamente un dono.

1. Ti definisci mamma con e senza pancia, hai infatti affrontato due percorsi differenti per arrivare ai tuoi splendidi figli. Cosa ti sentiresti di dire ad una mamma, ad una coppia, che sta per intraprendere la strada dell’adozione? E cosa invece a chi si affida ad un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA)?

La definizione mamma con e senza pancia che uso parlando di me sui vari social network è nata per facilitare l’incontro – virtuale e non – con donne che hanno vissuto o vivono la mia stessa realtà, sebbene mi consideri semplicemente una mamma. Condividere esperienze simili aiuta molto chi si trova ad affrontare percorsi di vita imprevisti. Nello specifico, quando si arriva ad intraprendere una di queste due strade o – come nel mio caso – entrambe, si è quasi sempre passati per un’esperienza difficile: l’infertilità. È quello il punto di rottura che coincide anche con un nuovo punto di partenza, in quella che è la ricerca del tanto desiderato figlio.

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L’adozione è stata per me la scelta più naturale per diventare mamma, il piano A fin da subito. All’epoca io e mio marito stavamo frequentando una casa-famiglia, sognando un figlio con la pelle color cioccolata e quando la vita mi ha messo di fronte ad una scelta non ho avuto dubbi su quale fosse la strada da intraprendere. Il mio cuore era aperto e mi sentivo pronta ad accogliere il figlio che il destino aveva previsto per me. Certamente abitare in Brasile e poter adottare a livello nazionale – essendo residente continuativamente da oltre due anni nel paese oltre che in possesso di visto permanente – ha influito su questa decisione. Iter burocratico e tempi sono infatti un po’ diversi da quelli italiani, così come è più vicina e visibile la realtà dei bambini in attesa di una famiglia. Ma i sentimenti dei genitori che affrontano questo viaggio – che nel caso dell’adozione internazionale prevede veri e propri spostamenti – sono comuni e si somigliano tra loro. È grazie all’adozione se sono diventata mamma per la prima volta e proprio all’adozione devo la mia prima grande felicità. L’adozione però è anche un percorso ad ostacoli ed è priva di certezze, rispetto ad una gravidanza infatti non ci sono pance che crescono e date di scadenza benché l’attesa sia altrettanto entusiasmante e la felicità – se possibile – ancora più esplosiva per il valore aggiunto dato dalla sorpresa. Ricordo la chiamata come uno dei momenti più emozionanti della mia vita!!! La telefonata attesa ma imprevista che annuncia ad una donna di essere diventata mamma e ad una coppia di essere finalmente diventati genitori. È esattamente così che è accaduto quando sono diventata mamma di Noah Enzo, il mio bambino che oggi ha cinque anni e che rappresenta il primo dono prezioso che il destino ha voluto portarmi. Io e lui aspettavamo solo di incontrarci, perché ci appartenevamo già.

Alle coppie che intendono intraprendere questo percorso mi sento di dire che stanno per cominciare quella che senza dubbio sarà un’esperienza grandiosa, un viaggio che richiede coraggio, complicità e tanta forza per arrivare fino in fondo. È importante non scoraggiarsi ed avere pazienza, in attesa dell’incontro col proprio figlio. Quel momento ripagherà di ogni sofferenza, trasformando i momenti di attesa in ricordi e riempendo quello futuri di felicità.

Il percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA) ha rappresentato per me la seconda scelta, benché sia stata una decisione altrettanto importante e voluta. Completamente appagata nel ruolo di mamma ma con un desiderio ancora irrealizzato come donna, non avendo mai provato l’emozione di una gravidanza. Essere già madre ha certamente influito ed aiutato ad affrontare il trattamento con uno spirito – se possibile – un po’ più leggero, questo non significa però che non sia stata una strada difficile da percorrere. Affrontare uno o più cicli di PMA è certamente più stancante fisicamente rispetto all’adozione, si devono affrontare innumerevoli esami, controlli e si deve necessariamente fare uso di una massiccia quantità di farmaci, oltre agli interventi per il prelievo degli ovociti (pick up) e per il trasferimento degli embrioni in utero (transfer). Anche in questo caso non esistono certezze, almeno non fino al momento del test di gravidanza che ci rivelerà se il trattamento è andato a buon fine e anche in caso positivo, la paura resta e accompagna tutto il periodo di gestazione, fino in fondo, quando si ha la fortuna di mettere finalmente al mondo il nostro bambino. Lo sa bene ogni donna che ci è passata quanto difficile sia rilassarsi durante una gravidanza che appare ai nostri occhi come un sogno, dopo anni di inutile ricerca. Per esperienza ho capito che essere psicologicamente preparati non eviterà eventuali possibili sofferenze, perché quando si intraprende la strada della procreazione medicalmente assistita è necessario prendere atto di tutte le possibilità, compresa quella di una perdita. Nel mio caso per arrivare a stringere la vita ci sono volute due ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo), la prima delle quali terminata con un aborto. Il secondo tentativo invece – cominciato a distanza di un anno e mezzo dal primo – è quello che mi ha permesso di stringere Nina Flor, il mio fiore sbocciato nonostante l’aridità che la natura aveva previsto per me e mio marito. Una gravidanza che si è fatta attendere per anni e che solo la medicina è riuscita a concretizzare.

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Alle coppie che sentono di voler tentare questa strada dico di crederci, di non perdersi d’animo mai e in caso negativo, di non fermarsi al primo tentativo. Anche in questo percorso, esattamente come accade con l’adozione, è fondamentale essere positivi, mantenere la mente lucida per vivere al meglio questa grande esperienza che grava in maniera squilibrata sulla donna, ma nel quale l’uomo può e deve partecipando facendosi spalla, prendendosi cura di quella che potrebbe diventare la culla di suo figlio per nove lunghi ed emozionanti mesi.

A mio avviso entrambe le strade valgono la pena, entrambe sono tortuose ma entrambe conducono ad una medesima felicità. Tutto sta nel riconoscere quella migliore per noi stessi e per la persona che sta al nostro fianco. Io, ad esempio, rifarei tutto nello stesso identico modo.

2. Sei italiana ma in Brasile da tanti anni, cosa ti manca dell’Italia?

La prima cosa bella dell’Italia per me sono gli affetti. Famiglia e amici rappresentano la mancanza più grande da quando – ormai quasi sette anni fa – ho deciso di lasciare la mia patria per iniziare una nuova vita ai piedi dell’oceano Atlantico. Subito dopo arriva il cibo perché, nonostante apprezzi la cucina brasiliana, ci sono sapori nostrani che sono insostituibili. Infine ci metterei le tradizioni e visto che siamo a dicembre prendo come esempio il Natale che, festeggiato in spiaggia con trenta gradi e senza parenti, perde la sua tipicità o almeno quella cui ero abituata durante la mia vita italiana. Per me il Natale è ancora sinonimo di inverno. Questa mancanza è ancora più accentuata da quando sono diventata mamma, benché cerchi di passare ai miei figli alcune delle abitudini che hanno caratterizzato la mia infanzia e di aiutarmi con i mezzi tecnologici per far partecipare il più possibile alla nostra vita i familiari che dall’altra parte del mondo ci amano. I nonni, in particolar modo.

Scegliere di vivere all’estero comporta lasciare – e talvolta perdere – pezzi di vita passata. Comporta anche grandi sacrifici per mandare avanti al meglio la propria famiglia, soprattutto quando si è soli sebbene in coppia. Di contro però, posso affermare di aver trovato il mio equilibrio in questa parte di mondo. Amo la mia “nuova” vita, amo questo paese tropicale ed ho imparato col tempo a convivere con la distanza e la malinconia. D’altronde è proprio in Brasile che ho conosciuto il vero significato della famosa “saudade”, quell’inspiegabile ed ampio sentimento di nostalgia.

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3. In cosa ti senti una mamma italiana? Noti molte differenze tra le mamme in Brasile e in Italia?

Mi sento mamma italiana nella maggior parte delle occasioni. Abitiamo in Brasile, ma sia io che mio marito siamo italiani e di conseguenza dentro casa nostra si respira un clima diverso da quello tipico di Bahia, lo stato in cui abitiamo. Mi sento quindi mamma italiana davanti ai fornelli della cucina, nel modo di educare i miei figli trasmettendo determinati valori, nel cercare di tramandare parte della mia cultura attraverso usi e costumi mantenuti nel tempo, oltre che attraverso racconti, musica, film e quant’altro. Mi sento mamma italiana anche nell’insegnare e parlare quotidianamente una lingua che è la mia ma che non è quella corrente.

Parlando di differenze invece ci tengo a precisare che generalizzare non è mai giusto, soprattutto quando si tratta di un paese così grande – essendo che la superficie del Brasile copre ventotto volte quella italiana. Detto questo, la prima grande differenza che ho notato tra una mamma italiana e una mamma brasiliana – nello specifico baiana, considerando che le mie esperienze riguardano soprattutto la regione in cui abito!!! – è data dall’età, ovvero è molto più facile incontrare mamme molto giovani. Se in Italia la tendenza è quella di avere una stabilità economica e lavorativa prima di mettere al mondo un figlio, in Brasile costruire una famiglia ha la priorità. Forse è per questo motivo che esiste la diffusa abitudine di far poi crescere i bambini alle nonne, cosa meno probabile in Italia. È anche frequente che una donna – essendo diventata madre molto presto – abbia più figli nati da relazioni con uomini diversi, spesso anche in epoche diverse e quindi con grandi divari di età tra l’uno e l’altro. Un’altra differenza abbastanza evidente è data dal numero di figli. Tre è considerato un numero grande parlando di figli in Italia, ma non lo è certamente in Brasile dove invece le famiglie sono spesso molto numerose.

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4. La tua recente esperienza con la malattia, come un fulmine a ciel sereno in un grande momento di gioia, come ha cambiato la tua vita ?

Ho scoperto di avere un melanoma nodulare, il cancro della pelle più aggressivo, dopo un mese e mezzo circa dalla nascita di mia figlia. L’arrivo di un figlio è un momento delicato per una mamma, un momento di enorme felicità per una famiglia ed è stato terribile dover mettere da parte tutte le emozioni che stavamo vivendo per concentrarsi su questo male terribile che aveva colpito me e di conseguenza le persone che mi amano. Scoprire di avere un tumore comporta necessariamente un grande numero di visite mediche e, nel nostro caso, anche due viaggi per raggiungere una città dove poter essere curata nel migliore dei modi. In quel brutto periodo ci sono stati numerosi controlli, analisi, biopsie ed infine un intervento invasivo ma risolutivo. Sono stata incredibilmente fortunata, soprattutto considerando il grado di pericolosità della mia malattia che si presentava nel peggiore dei modi. Da questa brutta esperienza – sperando che sia unica e che non si ripeta mai più – ho imparato ad apprezzare la vita, le piccole cose. Ho imparato a dare valore al quotidiano. Le cose che mi sembravano comuni sono d’improvviso parse straordinarie, le cose che ritenevo noiose sono diventate piacevoli, la routine è divenuta confortante. Tutto quello che normalmente davo per scontato è diventato eccezionale e poter tornare a concentrarmi sulla famiglia, sui miei figli, su quello che mi circonda è stato un sogno. Così come è stato magico potermi risvegliare da quello che sembrava un incubo terribile e che invece era una spaventosa realtà. Perché il cancro è un male reale e si prende tutto, ma quando si ha la fortuna di poterlo vincere la vita ci appare immediatamente diversa e certamente speciale. Oggi posso considerarmi pulita, anche se la mia routine di vita prevede controlli periodici. La prevenzione salva la vita, è una frase che ho inciso nella mia mente. Io che proprio adesso sono in attesa di nuove risposte, con la speranza che siano negative nella loro positività.

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