Intolleranze alimentari

“Quello che è cibo per un uomo è veleno per un altro”
Tito Lucrezio Caro (De rerum natura)

Che gli alimenti possano causare reazioni avverse nell’organismo è, evidentemente, cosa nota da secoli. Ad oggi i meccanismi attraverso i quali queste reazioni si verifichino sono riconducibili a due grandi cause: intolleranze ed allergie ad alimenti. Questo argomento interessa significativamente l’età pediatrica, in quanto la maggior parte di reazioni da espressione di sé proprio dopo le prime introduzioni degli alimenti stessi.

Vediamo di chiarire la differenza tra le due situazioni: l’ALLERGIA ad un alimento è una situazione che comporta manifestazioni cliniche da lievi a molto severe che sono il risultato di un disordine nella risposta immunitaria del soggetto, che riconosce l’alimento in questione come qualcosa di dannoso contro cui attivarsi.

L’INTOLLERANZA invece non presenta un meccanismo di tipo immunitario, ma può essere dovuta alla mancanza nell’organismo di una sostanza (cioè un’enzima, da cui intolleranze enzimatiche) che serve per il metabolismo di quell’alimento (es. lattosio) oppure per un effetto negativo di alcune sostanze (es. istamina, tiamina) contenute negli alimenti, che, se assunte in dosi eccessive, ad alcuni individui possono provocare disturbi (intolleranze farmacologiche); ancora, ci sono intolleranze, soprattutto ad additivi, che hanno un meccanismo di espressione poco noto (intolleranze indefinite), soprattutto verso additivi alimentari.

Veniamo ora alla pratica: quando e come sospettare un’allergia o un’intolleranza alimentare nel nostro bambino?

ALLERGIA ALIMENTARE
Nella popolazione europea il 6-17% degli individui soffre di allergia ad uno o più alimenti. Le allergie più frequenti sono quelle a proteine del latte vaccino, grano, uovo, pesce, frutta, frutti di mare ed arachidi. In età pediatrica queste allergie si possono manifestare a seguito di ingestione, inalazione o contatto con l’alimento a cui il bimbo è allergico, dando luogo a reazioni che si distinguono in immediate (i sintomi insorgono da pochi minuti a due ore), intermedie (tra due e sei ore) e tardive (oltre le sei ore). I sintomi che caratterizzano tutte queste forme vanno dall’espressione più grave, cioè lo shock anafilattico, a sintomi più sfumati come la sindrome orale allergica (soprattutto in adolescenti ed adulti) che comporta gonfiore, bruciore e prurito di labbra e bocca, fino alla difficoltà di deglutizione; altre manifestazioni di allergia alimentare sono disturbi dell’apparato gastrointestinale (vomito, diarrea, gonfiore, dolori addominali), dell’apparato respiratorio (difficoltà respiratoria, asma) o della cute (orticaria, dermatite atopica).
Tra le forme di allergia che interessa il bambino la più frequente è quella al latte. In questo caso i sintomi possono essere molto variabili (come sempre nel neonato/lattante) e si possono presentare sia nel bimbo allattato con un latte formulato che nell’alimentato con latte materno (se la mamma assume proteine del latte vaccino): coliche addominali, vomito, diarrea, scarso accrescimento sono i più frequenti.
In caso di sospetto di un’allergia alimentare come ci dobbiamo comportare? La prima cosa è di riferire sempre in maniera accurata tutti i sintomi al proprio pediatra curante, in quanto un’anamnesi completa è il primo e fondamentale strumento diagnostico in nostro possesso. Nel caso di una storia suggestiva per tale problematica gli approfondimenti diagnostici che possiamo utilizzare sono: i test cutanei a lettura immediata o skin prick test: una goccia di estratto di allergene (o, nel prick-by-prick si utilizza direttamente l’alimento) viene appoggiato alla cute del bimbo e viene inoculato con una microscopica puntura. Il test è positivo (cioè indica una sensibilizzazione allergica a quell’alimento) se si forma un piccolo pomfo di dimensione misurabile in millimetri. Sul sangue è utile il dosaggio delle immunoglobuline E (IgE), gli anticorpi delle allergie, sia nella loro quota totale che nelle quote specifiche per i diversi alimenti. Esistono, tuttavia, allergie alimentari che non hanno un meccanismo basato sulle IgE, e per queste forme sia i test cutanei che il dosaggio nel sangue degli anticorpi non dà alcun esito. Se si sospetta un’allergia di questo tipo l’unico test fondamentale è il test di provocazione orale (TPO), che consiste nello scatenamento, in ambiente ospedaliero con tutte le precauzioni del caso, dell’eventuale manifestazione allergica somministrando proprio l’alimento per cui si sospetta allergia. Il TPO è uno strumento molto importante anche per la valutazione nel tempo dell’andamento di un’allergia alimentare, in quanto l’organismo del bimbo allergico può sviluppare progressivamente tolleranza nei confronti dell’alimento e, pertanto, riuscire col tempo ad assumerlo normalmente senza reazioni.

INTOLLERANZA ALIMENTARE
Le intolleranze abbiamo detto che non sono su base immunitaria, quindi per la diagnosi gli strumenti che possediamo sono assolutamente diversi. Tra le intolleranze la più frequente è quella al lattosio, uno zucchero presente nel latte e derivati; la causa è la mancanza dell’enzima (lattasi) che metabolizza questo zucchero trasformandolo in galattosio e glucosio. Il deficit enzimatico è raramente completo, più frequentemente si osserva la riduzione dell’attività di questo enzima a partire dall’età prescolare. I sintomi possono in parte essere simili a quelli di un’allergia al latte: dolori addominali, diarrea, meteorismo, nausea, inappetenza; più raramente perdita di peso e malnutrizione vera e propria.
La diagnosi di questo disturbo si può effettuare solo mediante un esame definito breath test, che consiste nel far soffiare al paziente (a digiuno) dentro un apposito palloncino; poi viene somministrata una quantità precisa di lattosio e successivamente il paziente deve soffiare varie volte nel palloncino per le successive ore. In questo modo viene valutata la quantità di idrogeno eventualmente presente nel respiro prodotta dal lattosio fermentato e non digerito: se questa quantità è molto superiore a quella presenta nel primo respiro la diagnosi è fatta! La terapia consiste naturalmente nell’eliminazione dalla dieta dei cibi contenenti lattosio (latte e derivati, ma anche alcuni insaccati); se il deficit dell’enzima è solo parziale piccole quantità di lattosio possono essere tollerate senza alcun disturbo.

A conclusione di questa mia breve trattazione vorrei parlare di una serie di test che vengono propinati (spesso anche in strutture quali farmacie o laboratori di analisi, sempre a pagamento) per effettuare “diagnosi” di generiche intolleranze alimentari. In questa epoca di “epidemia allergica” si è assistito, infatti, alla comparsa di pratiche diagnostiche non scientificamente validate e riconosciute che, oltre ad essere dispendiose per il paziente, possono essere fuorvianti per la reale diagnosi. E, nel caso del bambino, possono comportare l’inutile limitazione di alcuni alimenti in modo del tutto privo di scientificità. Vi faccio qui un elenco dei test più frequenti che si trovano sul mercato e che non sono consigliabili in quanto non presentano alcuna base scientifica evidente: test citotossico, test di provocazione/neutralizzazione, test kinesiologico, test DRIA, analisi del capello, biorisonanza, Vega test, iridologia, dosaggio dellle IgG specifiche (quest’ultimo comporta addirittura un prelievo di sangue!).
Come sempre il mio consiglio è quello di affidarvi al vostro Pediatra che saprà indirizzarvi verso il più corretto (e valido!) iter diagnostico-terapeutico.