Mamma, chi, io?

Sono in una fase della mia vita di mamma che più che istinto materno potrei parlare di istinto omicida.

Tre su tre mi danno problemi. E zitte tutte se uso la parola problemi.

La prima è un sagittario di quelli tosti. Capisce tutto lei. Ha ragione sempre lei. Le parole degli altri, negative o positive che siano non valgono mai quanto le sue.
È adolescente, a rischio bocciatura, dedita a tutti gli sport da tastiera: tweettare, chattare, amministrare gruppi, fangirlare, e via così fino all’esaurimento di tutti i giga del pianeta e del mio lato zen.
Esci da questo corpo, tu, adolescente con l’umore in stile montagne russe e ridammi la mia patatina rubiconda, la mia bambolina con i ciuccetti, la meletta tonda e rosea che mi hanno adagiato sulla pancia quel dicembre di un miliardo di anni fa e che è stato amore a primo sguardo.

Smetti di mollare ganci sinistr_destr a tuo fratello, anche lui carne della mia carne, figlio di tanto padre e tanta madre, con diarrea verbale incontenibile e acutizzata da R rotolante e morbida più di un biscotto inzuppato nel latte.
Lascia che sia io a fargli lo scalpo, ad infrangere la barriera del suono quando spalma lo skifidol nero lucido sul muro bianco intonso, a sfoderare la cucchiaia di legno quando si ingozza come una papera della scorta settimanale di fette al latte.
Lo perdono solo perché era biondo, non si sa come chi, e perché da me ha ereditato la passione per i libri, per la cocacola e per masterchef.

Ciò non toglie che a volte preferirei nettamente sedermi su una poltrona, con i cuscini al proprio posto, senza macchinine o costruzioni, o finti ratti e ragni sotto, con un gatto (sterilizzato) sopra le ginocchia e uno acciambellato (e sterilizzato) sopra i piedi a mo’ di scaldino.

Senza figli. Senza neanche l’ombra di figli.
Altro che istinto materno.

Se non fosse che il terzo è il più cavamutande di tutti, a volte mi convincerei di non essere tarata a far la mamma. Che forse dopo la prima non dovevo osare il secondo. Figuriamoci il terzo. Che per inciso, e non so se ve l’ho già detto, non parla. Almeno non italiano. Ma è molto british quando saluta con la manina e dice bye bye.

Li amo.
Sia messo per iscritto.
Inciso su tavole di pietra.
Giuro di dire la verità . Lo giuro.
Li amo profondamente.
Ma mi rompono.
Tanto.
E quando dico che andare a mangiare una pizza, portarli in giro in vacanza, presentarsi come i genitori di…è ogni volta una sudata, qualcuno mi guarda sempre storto.
Mi rompono e a volte il mio istinto materno si infila nel cassetto delle calze spaziate e lascia il posto ad un sano egoismo.
Ho bisogno del mio spazio.
Ho bisogno del mio tempo.
E prima ancora di essere madre ho bisogno di essere donna, di continuare a crescere come individuo, di metabolizzare la vita.

Ho voluto fortemente dei figli. Li vorrei ancora. Per me non c’è amore più grande al mondo e non c’è dono più grande da farsi e da fare al proprio compagno.

Ma questa storia dell’istinto materno a volte mi perplime (oh! Finalmente sono riuscita ad usare questa parolaaaaa!).

Perché nell’immaginario collettivo l’istinto materno appartiene alle brave mamme, mentre io, io sono sempre affannata, lancio i figli a scuola come palle da bowling, li vado a riprendere con l’ansia dei voti, note, pipì sotto, calci e cazzotti, e amo stare sola: leggere un libro, bermi un thè, perdermi nei pensieri.

Una volta il mio ginecologo mi disse che “sono nata mamma” perché ho il fianco ribelle e mediterraneo perfetto per la gestazione e il parto; perché accolgo i figli tra le braccia e li nutro come fosse una cosa che ho sempre fatto; perché li ascolto e li capisco e li leggo dentro anche se mi danno l’urto ai nervi che neanche le unghie sulla lavagna.

Sono nata mamma perché ho avuto un gran madre. Una donna che un giorno è arrivata nell’orfanotrofio che mi ospitava, mi ha tirato su dal lettino, mi ha cullato, appoggiato sul cuore e non mi ha lasciato più.