La leggenda del pianista in carrozzella

Può un’evidente disabilità distorcere la percezione delle cose? A volte sì! Il nostro Instapapà Emanuele ci espone il suo punto di vista.

La scorsa settimana, l’Italia si è accorta che un disabile, un malato, può essere vivo: l’ha fatto, l’Italia, a modo suo, in maniera teatrale, melodrammatica, superficiale (d’altronde, da un palco le è arrivata, quella consapevolezza. Non per caso).
Il Maestro Ezio Bosso è un compositore minimalista autore di pregevoli colonne sonore, ancorché sconosciuto sino a quel momento alla maggior parte degli italiani e, sarò onesto, anche al sottoscritto, che pure la musica la mastica e pratica da sempre. In salute fino al compimento dei quarant’anni, il Maestro nel 2011 si ammala purtroppo di SLA. Una lotta all’ultimo sangue con il male che vuole toglierti il tuo corpo, la tua forza, la tua stessa persona, prima di ucciderti. Il Maestro combatte con ogni forza e arriva sul palco del Festival di Sanremo a dimostrare che l’umanità non si spegne a causa di una malattia neurodegenerativa irreversibile. Sfoggia una prova di umanità che non si può descrivere se non come gigantesca. Poi si siede al piano e, sofferente, fa quello che sa fare nella vita, suonare una sua composizione.
Questo è quello che hanno visto in milioni di persone.
Siccome però il destino è beffardo, doveva capitare che, tra quei milioni di persone, ci fosse qualche rompiscatole che conosce bene i due oggetti del contendere. La disabilità e il pianoforte, intendo.
Il mio occhio sulla disabilità è privilegiato (si fa per dire). La domanda “come mai tuo padre cammina così” – perché una volta un po’ camminava, oramai quasi non più – è talmente arcaica nella mia mente da risalire a un periodo candido e innocente in cui tutto è normale, nulla è cattivo, quindi non può far male. Semplicemente, a domanda rispondo con un ovvio “poliomielite quando era bambino”, senza neanche ipotizzare di dovermi dispiacere o vergognare di qualcosa. Ho scoperto cosa voleva dire la mia risposta solo molti anni dopo; di fatto, comunque, non riesco né mai riuscirò a vedere in un disabile una persona “diversa”. Non è un mio merito. Un disabile mi ha tirato su.
Conosco per esperienza diretta la fatica e i meriti che vanno riconosciuti a chi, con lo sforzo causato dal proprio handicap, riesce a conquistare ciò che io non sono tuttora certo di poter conquistare sebbene in perfetta salute. Personalmente considero mio padre un eroe per molti aspetti, ma al contempo, è mio padre, ho fatto il mio lavoro di figlio nel contestarlo, criticarlo, trovare in lui tutti i difetti che ha. La disabilità non nasconde la persona, per me. Mio padre è mio padre, con le gambe così come le vedi, ma chi ci ha mai fatto caso?
Non nascondo, da figlio di disabile, da quarantenne e da pianista e compositore, che dopo aver ascoltato le parole di Bosso in televisione, fremevo dal desiderio di ascoltare la sua musica. Mi chiedevo cosa potesse uscire da un simile contenitore di dignità e forza, oltre alla sua personalità così affascinante. Bosso ha iniziato a suonare. Ho avuto il piacere di ascoltare una melodia quantomai banale, secondo la mia opinione. Piatta, lineare, scontata. Buona come sottofondo. Ho pensato “ah. Questo è. Fammi documentare sul passato di Bosso, magari questa è una scelta facile per il festival e dietro c’è altro”.
E l’ho fatto. Ho ascoltato varie composizioni del passato, anche per archi, che gli hanno valso riconoscimenti e premi – che non discuto, se piace, piace – e anch’esse non mi hanno impressionato. Siamo sulla scia della classica “contemporanea”, estremamente orecchiabile ma altrettanto basica, che si ascolta bene, che è perfetta per una soundtrack di successo, ma che non mi trasmette una vibrazione che sia una.
Non si tratta neppure di contestare il brano semplice e di non voler capire che, a causa della malattia, i virtuosismi sono impediti. A parte che Bosso ha suonato ottimamente, ma ci sono brani di Sakamoto altrettanto semplici da eseguire e che recano in sé miliardi di sfumature.
Fin qui, ho descritto la mia percezione da singolo ascoltatore, quindi non la impongo a nessuno. Ciò che invece mi ha sorpreso (anzi, non sorpreso, infastidito) è stata la valanga di commenti apposti a qualsiasi contributo musicale di Bosso esistente on line, in cui l’Italia intera, melodrammatica e teatrale com’è, commossa dalla visione del Bosso sanremese, ha osannato la sua musica in quanto “divina”, “sublime”, “grandiosa”, “forte” ed “emozionante” come è lui.
Non lo posso accettare.
Non perché non mi faccia piacere che improvvisamente un artista nostrano venga osannato. È una persona divertente, ironica, gradevole, positiva. Ben venga.
Nè perché non piace a me. Neanche Bob Dylan riesco ad ascoltare per più di due minuti, la sua voce mi dà ai nervi, ma guai a chi tocca artisti come Dylan, da cui discendiamo tutti almeno quanto discendiamo dalle proscimmie.
Non lo posso accettare perché Bosso è stato inquadrato, ascoltato, amato e improvvisamente innalzato, nell’arco di dieci minuti, in quanto disabile. Sono certo che, ci fosse stato su quel palco Ludovico Einaudi a suonare un po’ delle sue composizioni, tanto, tanto simili a quelle di Bosso, i click ai suoi video sarebbero aumentati ma non così tanto. Bosso ha svolto la funzione di freak, di donna baffuta, di nano da circo, ha commosso e toccato corde emozionali intense, ma non abbastanza da far comprendere che la grandezza di un disabile non ne altera la persona, non gli fa acquisire meriti diversi se non per lo sforzo immane che gli è toccato in sorte, non lo priva dei difetti. La violinista piangente nella buca del teatro Ariston ha completato l’opera. Bosso è malato eppure suona.
A stento sta in piedi, ma ce la fa. Suona. Eroe. Mito. Idolo. La sua musica è meravigliosa. Dev’essere così, per forza. Il simbolo non sarebbe il simbolo, se la sua musica fosse normale musica.
Si chiuderà il sipario. Il Maestro Ezio Bosso continuerà la sua attività artistica, mi auguro per lui lunghissima. Proseguirà a convivere con la malattia anche a luci spente. Sarà dura. Chi gli sta vicino gli vorrà bene e, contemporaneamente, non ne sopporterà i difetti, perché il disabile è così, è un uomo o una donna corredato di tutto il pacchetto “essere umano”, difetti inclusi. Il simbolo che il disabile rappresenta sul palco, per strada è rimpiazzato da una rampa per la carrozzina su cui è parcheggiata un’auto, da uno stato che non ti fornisce assistenza ma anzi ti mette i bastoni tra le ruote – ruote senza delle quali non puoi neppure muoverti.
L’Italia è melodrammatica, teatrale e superficiale. Celebra il simbolo, mal sopporta l’uomo che lo incarna. Io nel Maestro Ezio Bosso ho visto un uomo rispettabile che compone musica che non mi piace. Mi sento libero di dirlo perché Ezio Bosso è un uomo al pari di Giovanni Allevi, altro pianista vituperato da tutti, che non ha avuto la sfortuna di avere il corpo che perde contatto con il cervello.
Uomini. Diversi, malati, ma uomini. Normali uomini malati.