La libertà di deludermi

Quando ho scoperto di aspettare il mio primo figlio, ho giurato a me stessa che avrei fatto di lui un uomo libero. Che non lo avrei ostacolato nell’espressione dei propri gusti e delle proprie inclinazioni, che sarei stata aperta dinanzi a qualunque scelta professionale, religiosa, politica e familiare. Che avrei rispettato in ogni caso, naturalmente, le sue preferenze in fatto d’amore e di sesso.

Tutto molto bello, certo. Fino a quando non mi sono ritrovata a chiedermi cosa avrei fatto se quel delizioso girino che mi cresceva dentro fosse diventato un adolescente e poi un adulto totalmente insensibile alle magie della natura, del tutto indifferente ai problemi ambientali e ai delicatissimi equilibri del pianeta.

Potrebbe succedere. Non è affatto improbabile che le mie raccomandazioni in fatto di risparmio energetico, riduzione dei rifiuti, salvaguardia della biodiversità scivolino disattese addosso ai miei figli (che nel frattempo sono diventati due). Potrei scovarli a gettare l’immondizia dove capita, sorprenderli nella doccia a crogiolarsi senza controllo sotto un getto di acqua bollente, coglierli sul fatto – orrore! – mentre infastidiscono un animale indifeso.

Cosa dovrei fare, in quel caso? Permettere loro di “esprimersi liberamente”, anche se questo mi delude e mi offende, oppure cercare di ricondurli su quella che, almeno dal mio punto di vista, rappresenta la “retta via”? Fin dove arriva il rispetto della loro autonomia individuale, del diritto all’autodeterminazione, e dove inizia invece il dovere di un genitore di educare e correggere? Un bel casino.

Sono tre anni che cerco invano di rispondere a questa domanda, che peraltro vale anche per altre situazioni (cosa farei di fronte a un figlio razzista? Oppure omofobo, tanto per dire?). Due cose so per certo, anzi tre. La prima è che più che dare lezioni ed elargire consigli, sono chiamata a offrire il buon esempio, e a dimostrare con la mia condotta che il comportamento corretto ripaga sempre, se non altro in termini di soddisfazione e coscienza pulita. Magari, se mi va bene, questo basterà. La seconda è che sono senz’altro in diritto di pretendere come minimo l’applicazione degli obblighi di legge: se maltratti un cane randagio, se non fai la raccolta differenziata, se scarichi robaccia in mare, figlio o figlia mia, ho la facoltà e il dovere di farti non solo la paternale, ma di pretendere un cambiamento immediato. È la legge italiana che lo dice, non io.

La terza cosa l’ho capita strada facendo, e mi si palesa dinanzi agli occhi ogni giorno più cristallina. Anche se dei figli per niente ecologisti (oppure omofobi, razzisti, etc) sarebbero senza dubbio un motivo di dispiacere per la sottoscritta, questo non cambierebbe di una virgola il bene che provo per loro. Sarei delusa, forse arrabbiata, faticherei a comprendere, ma li amerei esattamente come adesso.

Perché un figlio è chiamato a meritarsi la stima di sua madre, ma il suo amore ce l’ha già. Eterno, indistruttibile e incondizionato. L’amore per i miei figli non finisce dove comincia la loro libertà. Anzi, non finisce e basta.

Detto questo, cari Davide e Flavia, non mi aspetto certo che vi uniate agli attivisti di Greenpeace, ma se foste così gentili da tenere almeno il rubinetto chiuso mentre vi lavate i denti, e spegnere la luce uscendo da una stanza, io sarei davvero molto molto sollevata.