La maternità: istinto o desiderio?

Più che di “istinto materno” sarebbe meglio parlare di “desiderio materno”, perché l’unico modo di autodeterminarsi e di essere felici è ascoltare se stessi e il proprio “volere”.

Ci sono persone che non vogliono avere figli, non ne hanno e vivono bene.

Ci sono persone che non vogliono avere figli, “capita” loro di averne e riescono a vivere bene la cosa, gli pare meglio di come se lo aspettavano.

Ci sono persone che non vogliono avere figli, “capita” loro di averne e non vivono bene la cosa.

Ci sono persone che vogliono avere figli, non riescono ad averne ma vivono bene lo stesso.

Ci sono persone che vogliono avere figli, non riescono ad averne e vivono molto male la cosa.

Ci sono persone che vogliono avere figli, riescono ad averne e vivono male la cosa, non era come credevano.

Ci sono persone che vogliono avere figli, riescono ad averne e vivono felici.

Una buona parte di queste persone, per questioni statistiche direi la maggioranza, sono donne.

Quanto conta in tutto questo l‘istinto?
Guardando al mondo animale, dove se c’è sterilizzazione viene meno anche l’istinto, cosa che non capita alle femmine umane, già c’è da pensare che si tratti di un fenomeno complesso, niente affatto lineare. Non è un impulso causa effetto che si accende a certo punto e poi per certe altre condizioni si spegne.
Ricordo che all’università ci parlarono di popolazioni “matriarcali in cui la centralità della donna, della maternità e della puericultura era affidata alle donne, a tutte le donne, indipendentemente dal fatto che fossero madri. Tutte le donne insieme si occupavano di crescere tutti i bambini.
Chissà come sarà stato diverso, provocato da elementi differenti l’istinto alla maternità in una condizione di quel tipo. Dove possono dirsi madri anche donne che non partoriscono direttamente un bambino. Dove la responsabilità è condivisa. Una situazione che si fatica a immaginare dal nostro punto di vista.

Siamo quello che la genetica codifica.

Siamo quello che l’esperienza ci insegna.

Siamo quello che la società ci impone.

Siamo quello che le nostre emozioni ci imprimono.

Siamo quello che le nostre motivazioni ci spingono a fare.

Tutto questo lo siamo, anzi a volte lo dobbiamo essere.

Il dono fondamentale da fare a se stesse, non solo per quanto riguarda la maternità è recuperare il volere, e metterselo al centro al posto dei doveri e delle imposizioni esterne o che, peggio, nel tempo da fuori abbiamo portato dentro di noi.

la maternità: istinto o desiderio?
© Tiziana Capocaccia

Allora questo istinto?

Parlerei piuttosto di DESIDERIO.

Il desiderio è un concetto umano complesso fatto di tante sfaccettature.
Può arrivare da molto lontano.
Sbocciare all’improvviso.

Appassire, accrescersi, scemare nel tempo, trasformarsi in qualcos’altro e queste modificazioni possono dipendere da un numero infinito di variabili, tante quanti sono gli elementi che determinano l’unicità di ciascuno di noi: fattori genetici, familiari, sociali, culturali, esperienziali, emotivi etc.

È fondamentale rimanere fedeli a se stesse, a propri desideri, al proprio sé.

Anche se la vita ci impone a volte la frustrazione di un desiderio, anche di un desiderio molto profondo, possiamo raccogliere questo vissuto, passarci attraverso e lasciar fiorire da quel dolore un desiderio possibile.
Anche se la società vorrebbe imporci determinate tappe evolutive fondamentali, possiamo rimanere fedeli al nostro volere e non timbrare nessun cartellino biologico se non vogliamo farlo.
L’unico enorme compito evolutivo che va assolutamente conquistato è la conoscenza di sé.

Solo sapendo veramente chi siamo, possiamo sapere quello che vogliamo veramente.

Essere se stessi è il segreto della felicità e la felicità è la condizione di partenza per realizzare un desiderio di maternità, non una conseguenza.