La moda della maternità naturale

Esiste una maternità più naturale delle altre? Il mondo è così nettamente diviso tra naturale (buono) e artificiale (cattivo)?

Se le volte in cui si scrive in rete la parola “naturale”, specie se associata a “maternità”, fossero un segnale della effettiva sensibilità ecologica degli italiani, il nostro paese non avrebbe alcun problema di carattere ambientale di cui preoccuparsi. In effetti sono soprattutto le donne, in base alla mia esperienza, ad entrare nel fan club di Madre Natura non appena scoprono di aspettare un bambino. Questa ricerca di una maternità naturale è una cosa positiva, intendiamoci. È ammirevole che mettere al mondo dei figli ci imponga in un certo senso di tornare a uno stile di vita più sano e più semplice. Che un genitore senta l’istinto di crescere suo figlio al riparo dalle cose “che fanno male”, e magari di preservare al meglio l’ambiente in cui dovrà crescere. Ricondurci in qualche modo alle nostre radici più ancestrali, più terrene – più naturali, appunto – è uno dei tanti miracoli della maternità.

Ma la ricerca di una genitorialità più naturale, specie quando giunge come una improvvisa epifania a rivoluzionare esistenze che fino a quel momento non avevano alcuna inclinazione green, non di rado rischia di sconfinare nel qualunquismo, o peggio, nell’integralismo più ottuso. L’equivoco, spesso, è a monte. Prima di invocare il ritorno a pratiche naturali, bisognerebbe stabilire con certezza quali siano queste pratiche. Perché se non è naturale un parto con analgesia, sicuramente non lo è neanche un’estrazione dentale sotto anestetico, solo che non ho mai sentito nessuno criticare qualcun altro perché si è fatto cavare un dente con l’anestesia. E se mettere un neonato a dormire in camera sua contraddice le più sacre leggi di natura, forse neanche mangiare con la forchetta è una pratica tutto sommato così istintiva. Eppure la portiamo avanti senza scrupoli di coscienza, nella sala da pranzo di casa come nel più nuovo dei ristoranti gourmet.

Cosa vuol dire, davvero, naturale? Il petrolio è meno naturale della soia? E quante cose che il progresso ha reso ordinarie, e che neanche le mamme più scrupolose si sognerebbero di rinnegare, sarebbero state bollate come impossibili, o eretiche, fino ad appena pochi secoli o decenni fa? Perché uno smartphone, una lavastoviglie o un’auto familiare sono considerati accettabili, a differenza di un ciuccio di lattice o di un giocattolo di plastica? Perché, in certi ambienti, posso raccontare senza essere crocifissa di viaggiare su un inquinantissimo aereo più volte l’anno, mentre se dico che mangio la carne divento immediatamente un mostro da mettere alla gogna?

Al di là di questo, credo che certi estremismi sulla maternità naturale che infestano alcuni ambienti per lo più virtuali dipenda da un altro colossale qui pro quo. La convinzione, quanto meno ingenua, che tutto quello che è “naturale” sia salutare, auspicabile, benefico, mentre la roba prodotta – o trasformata – dall’uomo sia di per sé una schifezza dannosa, nociva o, per usare un termine tanto popolare quanto abusato, cancerogeno. Beh, a costo di sembrare antipatica o quanto meno incoerente con le scelte di vita che in un certo senso vado sbandierando da anni sul web, vi faccio una rivelazione: un sacco di sostanze naturali sono velenose, tossiche, o semplicemente allergizzanti. O ancora vengono immesse sul mercato a valle di un processo produttivo estremamente inquinante, energivoro, climalterante (avete idea di quanto costi, in termini ambientali, la floricoltura su scala globale?). E un sacco di prodotti di origine antropica potenzialmente inquinanti e deleteri rendono all’ambiente un servizio importante.

Provate voi ad abusare di oli essenziali, tanto per dirne una. O a immaginare un mondo senza la plastica. Che senza dubbio è causa di danni incalcolabili quando viene usata o smaltita in modo improprio, ma che per le sue caratteristiche – è inerte, leggera, igienica, economica – ha rivoluzionato, ad esempio, il trasporto degli alimenti deperibili, rendendolo più efficiente e, sì, anche più sostenibile. La verità è che nella vita esistono mille e più sfumature di grigio (o di verde, in questo caso), e che la coerenza di un genitore che si proclama sensibile a certi temi non andrebbe misurata sulla base dei mesi di allattamento, della ostinazione preconcetta con cui rifugge la medicina allopatica o con la sua propensione a cibarsi di bacche e radici polverizzate.

Mi chiedo, infine, come mai tanta attenzione alla maternità naturale sembri valere solo per le gestanti e per le madri dei bambini molto piccoli. In fatto di gravidanza, parto, allattamento e svezzamento, il presunto “ritorno alla natura”, ammesso poi che sia davvero tale e non solo un’aura verdolina con cui è diventato, in molti contesti, una sorta di verità universale a (nemmeno tanto) buon mercato. Un imperativo morale inalienabile, una specie di conditio sine qua non per accedere al gotha delle bravemamme. Ma pare che, una volta raggiunta dal pupo l’età scolare, tanta parossistica attenzione possa anche andare serenamente a farsi benedire. Come se, tutto sommato, l’attrazione per il naturale fosse una cosa che scade come lo yogurt (fatto in casa coi fermenti, mi raccomando, che quello del supermercato è artificiale!).

Più che di ritorno alla natura, io vorrei che facessimo ritorno a conoscenza profonda della natura stessa, su basi scientifiche rigorose e con una visione d’insieme ma allo stesso modo adeguata al contesto e alle situazioni contingenti. Senza luoghi comuni acquisiti e propagati su Facebook, senza pregiudizi. Una maggiore consapevolezza di quelle che sono le nostre responsabilità, e soprattutto le nostre straordinarie possibilità di esseri umani nel compito di custodire e tramandare la Terra su cui stiamo abitando. Vorrei che il progresso non venisse additato di essere contro natura, ma utilizzato per difenderla e valorizzarla nel migliore dei modi. Vorrei che la sensibilità verso ciò che è “naturale” non finisca col diventare una tendenza per neomamme, né un’attitudine da copiare in modo pedissequo e stereotipato, ma una scelta consapevole, personale e autentica. Fatta anche di compromessi e contraddizioni, ma destinata a durare tutta la vita. E non il tempo di una moda da social network.