La moglie americana

Katherine è una ragazza americana che, terminati gli studi, decide di trascorrere un periodo in Italia per fare esperienza. Invece delle consuete mete, Katherine decide di approdare a Napoli, città che, nell’immaginario americano (e non solo) è vista come sporca, pericolosa e piena di truffatori. La protagonista, invece, si innamorerà immediatamente della città, del sole, della pizza, della sua gente, del loro modo di prendere tutto con allegria e, ovviamente, anche di un giovane studente partenopeo.

Il libro che vi consiglio questo mese, La moglie americana, è un libro che vi racconta la “napoletanità”, come sono i napoletani, il cuore pulsante della città: la loro disponibilità, la loro comunicazione a gesti, la teatralità e la cucina. Non si può pensare di fare un’esperienza napoletana prescindendola dal cibo.

Napoli o si ama o si odia. 
Io sono nata a Napoli e nel periodo in cui l’ho vissuta ho fatto in tempo ad innamorarmene, ad odiarla e innamorarmene ancora. Mi sono spesso chiesta come fosse la mia città agli occhi di chi non doveva svegliarsi ogni giorno e lottare con le sue debolezze, con le sue sfrontatezze e con le sue altezzosità. Sento spesso dire da chi napoletano non è che Napoli è una bellissima città (ed è vero) ma che la rovina sono i napoletani (parzialmente vero).

La moglie americana racconta di una ragazza che dovendo fare un’esperienza all’estero post laurea, non sceglie le mete solite: Bologna, Firenze, Roma ma…Napoli. Arriva nella città che neanche lei sa bene cosa aspettarsi, con qualche kg di troppo dovuto a disturbi alimentari e uno stage non retribuito presso il consolato americano.

 

Katherine si innamora perdutamente della città, dell’amore per la vita che le insegna e del cibo. La ragazza americana si innamora di Salvatore uno studente di giurisprudenza della Napoli bene e si infatua perdutamente della sua famiglia, della cucina di mamma Raffaella (un caldo abbraccio) e del valore della famiglia che nei napoletani è fortemente radicato.

Il romanzo è una storia vera, è la storia di Ketrin (come continuano a chiamarla a Napoli), della sua vita americana che si fonde a quella napoletana; c’è poca Napoli in questo racconto (e un po’ se ne sente la mancanza) ma c’è l’odore del mare e il profumo del ragù che deve pippiare (sobollire) per ore ed ore prima di poter fare la sua apparizione sulle tavole dei napoletani.

Ci sono i panni stesi con i fili del bucato che uniscono gli edifici così come i legami che pian piano va ad intessere la giovane Katherine. In questo sfondo l’autrice si racconta e rende tutto tangibile con il suo modo limpido di scrivere.

Leggere questo romanzo, per me è stato come tornare a casa. Sebbene ci siano anche tanti luoghi comuni evidenziati in questi capitoli, non sono fastidiosi anche perché molti sono veri. E’ un bel racconto sull’incontro di due culture diverse, due mondi che si incontrano e provano a creare qualcosa di unico. Ogni capitolo ha la particolarità di avere come titolo un piatto tipico napoletano e se al termine di questa lettura vi sarà venuta fame, cosa molto probabile, trovate le ricette dei piatti quelle rubate a Mamma Raffaella.

Inoltre se andate a sbirciare sul profilo Instagram dell’autrice potrete dare un volto ai protagonisti, io ad esempio li avevo immaginati completamente diversi.