La neo-vita del neo-papà

In sé e per sé, allevare un bimbo di pochi mesi, per un neopapà, è facile, in presenza di condizioni non proibitive. Se si è un professionista con orari appena appena elastici, se la propria moglie non è vittima di uno status di precariato patologico e può quindi godere di qualche mese di maternità, se si ha qualche nonno prossimo e in buona salute, se la situazione economica non è disastrosa, allevare un bimbo piccolo è addirittura semplicissimo.

Purtroppo, ne sono ben consapevole, non si tratta di condizioni scontate e, se a volte ciò dipende dalla mera sfortuna, spesso è conseguenza della pessima politica sociale in materia di famiglia, che penalizza terribilmente genitori e figli e di cui un paese occidentale si dovrebbe semplicemente vergognare, in pieno ventunesimo secolo. Ma evitiamo questa polemica, almeno qui ed ora: questo primo articolo serve a presentarmi e cercherò di farlo solo in un’ottica positiva.

10897857_10205894334943457_4822751272529732212_n

I motivi alla base della apparente semplicità con cui ho esordito non sono, stranamente, molto pubblicizzati, eppure a ben vedere sono ovvi: l’energia per fare tutto arriva con i sorrisi del bambino, con i suoi richiami, con la gioia che il piccolo trasmette. Non importa quanto stanchi si sia, quanto pesante sia stata la giornata lavorativa, quanto nel cuore della notte avvenga il risveglio; l’energia arriva ed è lei a prendervi con sé e a farvi sorridere di cuore al cospetto di situazioni che, in altri periodi della vostra vita, vi sarebbero sembrate un abominio.

I pannolini non sono esattamente divertenti da cambiare, ma l’espressione gioiosa di un bambino mentre viene pulito e coccolato ci permette di approcciarvi senza alcun tipo di orrore. (il fatto che lo svezzamento non sia ancora iniziato, nel mio caso, è di grande aiuto, se è chiaro cosa intendo). Il latte è semplice e pratico da preparare, basta che orari e quantità siano consone: si tratta davvero di una rara scienza di quelle quasi esatte, per cui non serve alcuna laurea. Dare al bambino il biberon, poi, è gioia pura.

I bisogni del neonato sono pochi: mangiare, dormire, depurarsi, crescere, giocare, acquisire il mondo intorno a sé. Con un minimo di buon senso e la giusta serenità, specie se facilitati da un batuffolino estremamente comunicativo e molto accondiscendente, li si coglie in poco tempo e soddisfarli, alternandosi tra mamma e papà, è sempre un piacere. Il bambino è abitudinario e un minimo di applicazione vi consentirà di trovare i giusti compromessi per instaurare un regime di sue abitudini realisticamente praticabile dalla vostra famiglia, in modo da dargli la regola senza privarvi dell’intera esistenza e senza pretendere né da lui né da voi stessi, prestazioni al limite, in cui di sereno non c’è nulla. Ciò vale per la nanna, per le uscite – che si possono fare da subito – per la vita sociale, che è imprescindibile ma non deve diventare un continuo pellegrinaggio.

Come per tutte le cose estremamente belle e lineari, purtroppo, esiste il controaltare. E se il bambino è per definizione una realtà in tutto e per tutto simile a un qualunque altro individuo umano, solo indifeso, privo di conoscenza e principalmente scevro dalle sovrastrutture, il controaltare sono gli adulti.

Dove c’era spazio per due, faticosamente distribuito ed equilibrato, lo stesso spazio deve far posto a tre. La madre dolcissima che alleva amorosamente nostro figlio diventa sovente una tigre ferocissima pronta a criticare ogni minimo passaggio del nostro agire. La cosa fa doppiamente rabbia se ci si ferma un istante a constatare che no, non è possibile attribuire a quella improvvisa ferocia niente di diverso da quel che rende noi stessi padri degli instabili, insicuri e tentennanti animali brancolanti nel buio. Le frustrazioni, le apprensioni, i nervosismi dell’uno sono lo specchio di quelli dell’altra. L’unica differenza è che a noi faranno molto effetto certi aspetti dell’allevamento del piccolo, e alla partner altri, perché non siamo tutti uguali. Ma il succo è identico e ci vuole un continuo bagno di umiltà per capire che non è l’altro genitore ad essere mutato nei nostri confronti, ma la famiglia stessa che si sta sconvolgendo e sta imparando a essere più ampia.

Questo percorso è totalmente inevitabile, perché ci si può anche confrontare all’infinito sui massimi sistemi, sugli stili educativi, sulle scelte di campo, ed essere perfettamente d’accordo. I dissidi più acri nascono da quei piccoli ed istintivi gesti quotidiani, immediati, quasi impercettibili, che sono per natura impossibili da prevedere, che ci ingenerano reazioni sconosciute a noi stessi fino a un istante prima e in rapporto ai quali anche una minima divergenza sembra al contempo ridicola e insormontabile. Si critica e si viene criticati in maniera spietata, con un’aggressività cui non eravamo abituati. Tutta quell’energia che ci spinge a sollevare montagne con la massima naturalezza, probabilmente la ottimizziamo soffrendo terribilmente l’altrui sforzo. È quasi l’alba e il bambino si è svegliato un paio d’ore prima della sua abituale poppata. Uno dei due genitori si alza e pensa “se gli do il latte, lo sfaso. Quasi quasi gli faccio bere un po’ di camomilla e lo porto fino all’orario suo”. E l’altro pensa che sia una boiata: se si è svegliato per fame, perché non gli hai dato da mangiare? Beh, se volevi criticarmi, perché non ti sei alzato tu? (ad libitum). Oppure: mettigli il cappello, c’è vento. No, dobbiamo fare tre metri all’aperto, è più il vento che prende per mettergli il cappello che quello che prende se ci sbrighiamo. Ecco, ha la tosse, non l’avrebbe se avesse sempre messo il cappello!… Preso atto che la meccanica quantistica prevede infiniti universi paralleli nei quali le possibili scelte sono illimitate, è pressoché impossibile determinarsi in un modo senza mai commettere un errore e subire la critica sistematica dell’altro, che è animato da analoga spinta a non fare stupidaggini. Il circolo rischia di logorare. La realtà è che non bastano ventiquattro ore al giorno per essere pienamente se stessi, non ne bastano quarantotto per essere un valido compagno di vita, e non ne bastano settantadue per aggiungere, a tutto questo, un’armonica figura genitoriale. E siamo già quarantotto ore oltre il limite naturale consentito!

Non parliamo poi della fatica spropositata necessaria a non dimenticare che la dedita madre di tuo figlio altri non è che la donna sexy e amorevole che ti ha accompagnato fino a quel momento nelle giornate in due, nel letto, a tavola, in vacanza. Noi stessi papà celiamo un lato che vorrebbe solo essere riconosciuto come l’uomo che ha sedotto e schiuso il cuore della nostra compagna, senza che un nano si intrometta nell’idillio. È un lato che fa a cazzotti con l’altro, nuovo, che ci spinge non solo a voler stare ogni secondo utile accanto a nostro figlio, ma addirittura ci sussurra di prenderci dei momenti in cui siamo soltanto in due, papà e figlio, senza mammine rompiballe che si intromettano nell’idillio. È tutta una intromissione negli idilli altrui, tutti pienamente leciti e tutti profondamente ingiusti. Dove c’era posto per due, lo stesso posto ora deve bastare per tre. E non oso pensare a se e quando lo stesso spazio potrebbe venir occupato da quattro o più persone. A quel punto, l’affollamento farebbe quasi paura! E noi, che abbiamo sempre pensato di voler figli a carrettate!

Come se ne esce? Probabilmente, nello stesso modo in cui si esce da qualunque impasse relazionale di questo mondo: prendendo atto che nessuno, noi per primi, ha alcuna verità assoluta in tasca e, soprattutto, parlando, esprimendo al partner la nostra inadeguatezza, il nostro sentirci esclusi e additati e sminuiti e svalutati pur riconoscendo, con spietata onestà, che nessuno ci sta realmente escludendo, additando, sminuendo e svalutando. È una sensazione con cui bisogna fare i conti, per trovarle un cassetto adeguato e darle una veste che da negativa possa tramutarsi in positiva.

Ci vuole del tempo che non c’è. Le ore del giorno, a quel punto, dovrebbero diventare novantasei e sono decisamente troppe. Delle giornate di novantasei ore, tra l’altro, sarebbero davvero interminabili. Dove non soccorre il tempo, credo che l’unica alternativa sia una bella dose di senso dell’umorismo. E la capacità, difficilissima da affinare, di comprendere che basta uno screzio di dieci minuti per farci perdere dieci, meravigliosi minuti di quello spettacolo formidabile che è la crescita di nostro figlio.