La palestra delle differenze di genere

Partiamo da un presupposto, in cui (io) credo molto: le differenze di genere esistono.
Esiste un’educazione e un’inclinazione maschile, come ne esiste una femminile.
Il punto non è annullarle, ma solo come declinarle.
E le possibilità di declinazioni, ça va sans dire, sono infinite quanto lo sono le combinazioni tra gli esseri umani, altrimenti dette coppie.

Per restringere il campo alle coppie bicult e per restringerlo ancora alle coppie italo-africane che sono quelle di cui ho maggiore esperienza diretta o indiretta, le differenze di genere sono un bel masso, un grande e solido masso piantato lì, in mezzo alla coppia, con cui necessariamente fare i conti quando, scemata la fase micio micio, si cominciano le negoziazioni di coppia.

Generalmente le prime schermaglie, quelle più evidenti, cominciano da chi lava i piatti, chi cucina, chi fa la spesa, chi accompagna chi alle serate con gli amici, chi decide le vacanze e generalmente queste si risolvono piuttosto facilmente e con un livello di adattamento che trovo addirittura superiore e molte coppie onecult che frequento: anzi, aggiungerei che ho avuto riscontri assai positivi sull’assunzione di compiti organizzativi e pratici legati all’andamento della casa e della vita di coppia da parte dei partner, maschi, africani.
Spesso il ritornello è: se mia mamma o le mie sorelle mi vedessero cucinare o lavare i pavimenti si farebbero grasse risate! E con questa dichiarazione di indipendenza rispetto alle abitudini di casa, molti uomini africani si rimboccano le maniche e imparano a cambiare pannolini, conciliare gli orari lavoro-scuola dei figli, lavoro-spesa-lavanderia-cena, pulizie, spazzatura e piacevolezze quotidiane varie.
Semmai i ruoli sono maggiormente definiti e statici quando si tratta di uomini italiani che sposano donne africane: ho trovato (parlo sempre di un’esperienza piuttosto limitata, la mia personale) meno elastici rispetto ai rimescolamenti di genere sia gli uni che le altre, che invece preferiscono rifugiarsi in parti conosciute e famigliari in cui lui lavora e porta a casa il pane, e lei si occupa di casa e famiglia.

Al livello successivo della negoziazione sta il rapporto con la famiglia d’origine: a volte è molto lineare, altre volte risulta di (molto) difficile comprensione.
Il leit motiv è: io (maschio) mi occupo della famiglia che ho lasciato a casa – mamma, papà, fratelli più piccoli, sorelle sposate o non sposate, nipoti abbandonati, amici e parenti del quartiere -, tu ( femmina) ti occupi della famiglia che abbiamo costituito insieme qui.
Mi occupo significa mantengo.
E se tutti i soldi di lui prendono la via d’africa e tutti quelli di lei restano qui, e mantenere qui una famiglia con uno stipendio solo diventa troppo oneroso e viene percepito di fatto come ingiusto, allora possono essere guai.
E’ una costante, che ha delle motivazioni, e non sono molte le donne italiane disposte a sopportare questo mènage: molte capiscono che prendendo quell’uomo prendono anche tutto il pacchetto, e che il pacchetto prevede questa clausola quasi inderogabile; altre su questo aspetto crollano.

Devo fare una precisazione: annovero questo punto tra le differenze di genere associate alle famiglie bicult, anche se è un aspetto che ha anche, fortemente, a che fare con la migrazione, che non è (la migrazione) quasi mai un progetto individuale ma coinvolge una comunità intera che poi su quell’uomo (quasi mai questo peso grava anche sulle donne che migrano) conta negli anni a venire.

Un terzo livello di ancora più difficile conciliazione e che anzi porta fin troppo spesso incrinature o tristissime rotture, risiede nelle scelte di vita professionale e di luogo di residenza: qui si litiga, e di brutto, e a volte le coppie non trovano una via soddisfacente per entrambi; in questo ambito è l’uomo a dover determinare il destino della famiglia, con tutti gli stravolgimenti che questa affermazione può portare in una coppia in cui una donna desidera contare tanto quanto.
Lui è il maschio, lui è il migrante, lui deve lavorare, realizzarsi professionalmente, dimostrare qualcosa, dunque lui decide.
Decide di fare o non fare un certo lavoro, decide se si va o no in vacanza, se si vive in un paese o in un altro, se ci si fa carico di un fratello o di un cugino in difficoltà e senza documenti né lavoro.
Lui decide.
E naturalmente questo punto e il precedente (quello sui soldi destinati alla famiglia africana) sono strettamente legati.

Nel momento stesso in cui scrivo quest’ultima parte penso a tutte le coppie di amici che invece hanno fatto il contrario di quanto affermo: i mariti hanno seguito la moglie all’estero (estero per la moglie, non per lui, che all’estero ci stava già), hanno sacrificato un lavoro più remunerativo per stare vicino ai figli pur nella separazione della coppia, hanno saputo conciliare il rientro al paese con l’unità della famiglia magari trovando un lavoro che permettesse viaggi frequenti, hanno saputo destinare alla famiglia d’origine solo una quota dei guadagni o hanno addirittura deciso, in disoccupazione o proprio per scelta, di fare i mammi a tutti gli effetti e con ottimi risultati.

Poi penso invece alle coppie che seguo in percorsi di counselling, in momenti di crisi e ricordo gli irrigidimenti, le fatiche, le scelte dolorose anche da parte di chi non sa vedersi in un modello differente da quello del tradizionale capofamiglia e non può stare in un recinto più ampio, diverso da quello sempre immaginato.
Vedo molte coppie arrancare sulla definizione dei ruoli, pur trovandosi d’accordo sulla differenza di fatto, li vedo lamentare chiusure e opporre chiusure e so che in questi casi la strada da fare è lunga e i compromessi da fare sono innanzi tutto quelli con le proprie radici, da parte di entrambi.
A volte un uomo proprio non può sostenere un ruolo diverso, a volte una donna proprio non può sottostare a regole che giudica superate e inopportune.
Le pressioni da parte delle famiglia d’origine possono essere molte: ho sentito cognati suggerire ai fratelli di provare a picchiare la moglie, per vedere se magari si riusciva a farla ragionare.

Purtroppo la creatività non è una delle cose che globalmente si insegnano a scuola e invece si dovrebbe: un po’ di creatività salverebbe moltissime coppie miste dal fallimento.

Le differenze di genere sono un argomento che scotta, tra le coppie miste.
Non nego che sia uno di quelli che portano più conflitti.
D’altro canto, quando vengono superate, emerge una creatività che ha dell’incredibile.
Le definirei una delle palestre più frequentate dalle famiglie bicult.
I lividi sono davvero tanti.
Ma a volte ne escono dei veri campioni!

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