La PROVA COSTUME mai superata

La prima volta che sono andata in Senegal avevo 32 anni ed ero in un villaggio piuttosto sperduto della Casamance dove non c’erano né acqua corrente né elettricità.

E’ ancora la vacanza più intensa che io abbia mai fatto.

Un giorno per comprare due polli (vivi), per festeggiare il compleanno di mio fratello, ci abbiamo messo l’intera giornata, passando in ogni casa del villaggio e fermandoci a scambiare saluti e racconti con ogni persona che incontravamo.
Quel giorno, girando per il villaggio, per la prima volta nella mia vita ho avuto percezione del colore della mia pelle.
Un paio di bambini piccoli, sui tre anni, non avevano mai visto persone bianche, e al mio comparire sono scoppiati a piangere terrorizzati.

 

Negli anni successivi sono tornata spesso in Senegal, con o senza il mio allora marito.
E andare in giro da sola mi ha sempre procurato un leggero disagio, che fossi a Dakar, dove di bianchi se ne vedono moltissimi, tra imprenditori, cooperanti, expat e turisti, sia che fossi a Saint Louis, città con una lunga tradizione di metissage senegalo-francese che data da almeno due secoli.

Detestavo i ragazzini che mi inseguivano ridendo e gridando toubab! (bianca) toubab!, detestavo i venditori che mi addocchiavano e non mi lasciavano passare o i ragazzotti che in spiaggia speravano in un’avventura con quella che immaginavano essere una facile e danarosa preda, detestavo esser guardata, sempre.

Non passare mai inosservati richiede una dose di sicurezza di sé che io certamente non ho, almeno non ce l’ho tutto il giorno, e a volte preferivo starmene rintanata in posti famigliari, a casa o nella spiaggia dei turisti bianchi dove pochi neri entrano, perchè si paga, o nel ristorantino gestito da due post-hippies francesi, vicino al mercato generale, posti dove passavo inosservata.

Esibire il proprio corpo allo sguardo altrui, costantemente, può essere sfiancante e procurare disagio.

Amavo e amo, il Senegal, ma questa punta di disagio la ricordo molto bene.

 

Ecco, ora immaginate un nero in Italia, dove oltrettutto non è nemmeno guardato con quel misto di invidia e cupidigia con cui qualunque bianco viene guardato nelle strade africane – un nero che ha su di sé lo sguardo curioso (quando va bene), diffidente o apertamente ostile, tutti i giorni tutto il giorno.

Un nero, in Italia, non soffre solo per una punta di disagio.
Un nero non passa mai inosservato, è costantemente consapevole del proprio corpo, deve esserlo.

Un amico, tempo fa, passò molti mesi senza uscire di casa.
Ci vuole una dose di forza e di sicurezza e di capacità di estraniamento dal contesto, che non tutti hanno.

Se vi capita di passare per un ambulatorio medico di quelli dedicati ai migranti, se vi capita di parlare con psicologi e psichiatri, vi racconteranno quanti disagi psicosomatici emergono nelle persone nere in Italia, per questo motivo, per questo sguardo.

Ho conosciuto persone che faticavano ad andare a divertirsi in un locale, o ad andare al cinema, schiacciate dall’insistenza degli sguardi.
Ho seguito persone incapaci di vivere sole, bisognose di un appoggio che a casa loro probabilmente non avrebbero nemmeno immaginato di desiderare.
Ho conosciuto e seguito bambini che si rifiutavano di andare a scuola, che dicevano io sono bianco pur essendo neri (e bellissimi), che soffrivano lo sguardo (e troppo spesso l’insulto) e reagivano chiudendosi a riccio, rifiutando se stessi e la propria origine.

Una volta feci una mostra delle mie dilettantistiche fotografie, in un locale piuttosto noto della Milano modaiola di sinistra e il mio allora marito (anzi, allora fidanzato) venne a sostenermi: era al’unico nero, a parte quelli delle fotografie.
Lui sorrise tutto il tempo con molto coraggio.
Anche quando su di lui si posarono lo sguardo di mia mamma (che lo vedeva per la prima volta) e dei suoi amici (che lo ammorbarono con racconti delle loro esperienze ingegneristiche in Etiopia, non esattamente casa sua, ma pazienza).
Ma non ricordo altre occasioni in cui io sia riuscita a trascinarlo nuovamente fuori casa per un evento del genere, nei successivi quattro anni di matrimonio.

Vivere, tutti, a qualunque latitudine, in società che danno tanta importanza all’estetica, è aggressivo e protettivo contemporaneamente: tutti subiamo degli sguardi, tutti dobbiamo rendere conto del nostro corpo, del nostro abbigliamento, del nostro apparire, ci siamo abituati e non sempre ne soffriamo anche quando non rappresentiamo la perfezione del canone vigente, anzi, ci esibiamo con sfrontatezza a volte. A volte anche troppo. Fa parte dei tempi.

Vivere con la consapevolezza che per quanto tu sia bello, perfetto, ben educato e ben inserito nei canoni vigenti, sfrontato o coraggioso, ci sarà sempre su di te, prima o poi, uno sguardo ostile, poiché sei nero, è faticoso.

A volte anche più che faticoso. E’ una costante prova costume mai del tutto superata.