L’età giusta per fare figli?

Certo che c’è! Esiste una regola molto semplice: il momento migliore per diventare genitori è intorno ai venticinque anni, purché si abbia la testa e le esperienze di un quarantenne, le giuste disponibilità lavorative, la riproduzione molto facile, nessuna variabile a sfavore. Ah, e poi voglio un elicottero e diecimila euro possibilmente in pezzi da cinquanta, altrimenti al bar non me li cambieranno mai.

Semplice, certo: spesso tuttavia ci si scontra con lievi difficoltà pratiche, soprattutto nella parte dell’elicottero e del cash. Urge, in tal caso, porsi domande più complesse in vista di risposte altrettanto articolate.

(flashback)

Me lo ricordo come fosse ieri. Mi trovavo a Santa Cesarea, nel Salento, sposato da meno di un anno. Era il 2006; con mia moglie camminavamo sulla passeggiata che affaccia sul mare, quando incrociammo una coppia di quarantacinquenni, forse cinquantenni, comunque dall’aspetto maturo, che spingevano un passeggino. Le mie stesse parole mi risuonano in testa forti e chiare: “a quell’età è ridicolo fare i genitori di bambini così piccoli. È quasi un’età da nonni. Se sei arrivato a quell’età e non sei ancora diventato genitore, lascia perdere”.

La vita sa essere due cose: la prima, giusta; la seconda, spietata.

Nella sua spietatezza, ha fatto sì che poco dopo decidessi di avere un figlio e che questi, a sorpresa, si sia fatto attendere per quasi otto anni, dovendomi tra l’altro ritenere fortunato perché gli anni avrebbero potuto essere dieci, quindici o chissà.

Nella sua giustizia, mi ha dato la possibilità di capire alcune cose e, al contempo, mi ha tolto la possibilità di sperimentarne altre.

Ad esempio, rispetto a tanti che decidono di riprodursi tardi, a me manca, per forza di cose, il rimpianto. Io non ho potuto o dovuto scegliere, ha scelto il caso per me. Ce l’ho messa tutta e quando dico tutta, intendo veramente tutta, per diventare padre. Ci sono riuscito solo a trentotto anni suonati: ebbene, pace. Poteva non arrivare per niente, figuriamoci se mi metto a recriminare sull’età. Non sono stato fabbro di quell’aspetto del mio destino; lo sono stato, piuttosto, nella parte in cui ho dovuto accettare la difficoltà, farmi forza con la mia compagna, vincere delle dure battaglie interiori.

Sono sereno: più di questo (e prima di così) non avrei potuto fare e delle tante domande inevitabili che mi porrà mio figlio non appena avrà un uso della parola ficcante a sufficienza, quella che temo di meno è “come mai, papà, i tuoi capelli sono brizzolati mentre il papà di Giorgio è tutto biondo abbronzato giovanile fisicato e segna ancora i fantagoal in mezza rovesciata?”. Potrò rispondergli: “ringrazia Dio che sono solo relativamente vecchio, poteva andarti molto peggio e comunque la mezza rovesciata non mi è mai riuscita”.

Altri sono i pensieri che mi accompagnano in questo percorso di genitore non proprio ragazzino. Uno su tutti: mio padre, di cui ancora ho un bisogno enorme, approccia ora alla terza età; mi ha visto farmi un uomo, tra breve inizierà anche a vedermi invecchiare, avremo fatto un’enormità del cammino fianco a fianco. Io non potrei mai ripetere questa esperienza con mio figlio, è un dato certo: sarei un bel po’ più vecchio. Il fatto di non aver contribuito al divario di età, me lo priva di rimpianti, ma non ne sminuisce la portata.

Certo, può sembrare eccessivo un simile cruccio quando tuo figlio ha poco più di un anno, cammina da qualche settimana appena e ancora biascica pochissime parole. Forse lo è, ma dalla velocità mozzafiato con la quale è andato via questo primo anno, mi figuro che, finita l’apnea della crescita, mi ritroverò quasi sessantenne con un figlio ventenne, lo squadrerò e penserò “ma non eri un neonato pochi giorni fa?”. Rimpianti non ne ho, né l’aspettativa di stare incollato al mio piccolo per l’eternità, dato che tutto ha una fine. Ma un po’ di rammarico non posso negarlo.

Domande complesse, risposte complesse: qual è, in definitiva, la differenza tra un padre che lo diventa a venticinque anni ed uno che lo diventa a quaranta?

Partiamo col dire che la questione è un paradosso irrisolvibile. L’una esperienza è agli antipodi rispetto all’altra, le conseguenze dell’una eliminano la possibilità che si realizzino quelle dell’altra. Se a quarant’anni hai già un figlio di quindici, sarai passato attraverso esperienze che ti avranno cambiato, fatto crescere e fatto maturare; non puoi dire come saresti se tuo figlio fosse appena nato. Avresti passato quindici anni… da non genitore e ti avrebbero fatto crescere, maturare, cambiare in tutt’altro modo. E viceversa.

Se avessi avuto Francesco quindici anni fa, avrei avuto più energia, più freschezza? Chi può dirlo. So per certo che a venticinque anni potevo fare le quattro del mattino per dieci notti di fila e sopravvivere, oggi una tirata tardi basta a mandarmi in tilt per una settimana. Tuttavia, dubito che avrei avuto la testa giusta per accettare di svegliarmi tutte le notti per puro altruismo.

(siccome non è dato di verificarlo, prendetela come un’ipotesi di pura fantasia)

Oggi mi interrogo su tutto, mi metto in continua discussione, so che la realtà è multiforme e che quasi sempre dipende dalla prospettiva con cui la si guarda. A venticinque anni, al contrario, avevo idee molto radicali su quel che volevo, su come lo volevo, su come per forza doveva essere. (Ancora a trent’anni pensavo che i genitori con i capelli bianchi quasi dovessero andarsi a nascondere dalla vergogna, pensa un po’.)

Come avrei vissuto la realtà di un bimbo che sì, la gioia, sì la soddisfazione, sì la pienezza, ma mentre ti fa passare le notti insonni o ti secerne addosso ogni secrezione possibile del suo corpicino, si comporta nervoso ed esigente come se il favore lo stesse facendo lui a te? Come avrei accettato che un angioletto amoroso, tra le prime espressioni della sua personalità, avrebbe inserito anche reazioni stizzite, comportamenti bruschi, improbabili facce offese, minuti in cui ti ignora completamente, insomma la quintessenza dell’ingratitudine? Tutte queste cose fastidiose avrebbero lasciato intatte le energie? Quanto avrei patito la drastica riduzione della playstation o del sesso?

Quando ero più giovane ero sicuramente più in forze, ma mi incazzavo anche molto, molto più facilmente. Non avevo troppo polso, il più delle volte non sapevo che pesci pigliare; mi incazzavo di rabbia pura, cristallina, istintiva. Gli ultimi dieci anni hanno molto alleviato questa sindrome di Bruce Banner. Mi arrabbio sempre parecchio, ma in genere riesco a prendere meglio la mira. In un anno, col bambino mi saranno saltati i nervi forse due o tre volte (mi si perdoni, sono umano); per il resto, ho accumulato stanchezza e stress ma sono riuscito a focalizzarmi sulle cose importanti, sulla normalità di certi comportamenti – anche di quelli che ti farebbero lanciare il bimbo dalla finestra – sul bisogno di crescere insieme con lui, di imparare l’uno dall’altro, sul fatto che lui non è me, lui è lui, che non deve assomigliarmi, che devo solo guidarlo e sostenerlo e che non mi deve assolutamente nulla, anzi, con tutto lo sforzo che mi tocca fare, alla fine della fiera l’unico ad essere in obbligo di dire grazie sarò io, per lo spettacolo meraviglioso cui mi onora di assistere.

Quando ero più giovane volevo essere come i miei genitori… probabilmente avrei desiderato che Francesco fosse come me, quando io non avevo neppure ancora una forma definita e, soprattutto, non avevo neppure iniziato a conoscermi né ad amarmi. Avrei tollerato quelle manifestazioni di astio e di fastidio, anche se quasi impercettibili nel mare di amore e attaccamento? Avrei messo in discussione il suo amore, il suo rispetto per me? Avrei percepito quanto è difficile, per un bambino che si apre al mondo, accettare di non essere una sola cosa con mamma e papà, accettare di essere uno, individuale, distinto e senza la minima idea di come fare le cose?

Oggi è una smanacciata sulla forchetta quando è stufo di mangiare; domani sarà un capriccio di troppo in un momento di disagio, dopodomani una rispostaccia ingiusta e cretina di adolescente… fa tutto parte dello stesso gioco. Può un uomo non ancora maturo partecipare adeguatamente a questo gioco?

La mia sensazione è che sia un grosso rischio, per tutti, ma non ne faccio una questione di età. A me è arrivata, una certa consapevolezza, ben oltre i trent’anni; c’è chi non la raggiunge mai e c’è chi ci arriva prestissimo perché magari ha una stabilità interiore che glielo permette.

Dunque riproviamoci: c’è un’età giusta per fare dei figli?

Certo! Basta seguire una regola tutt’altro che semplice. Che si sia giovani e vigorosi, o meno giovani e un po’ acciaccati, le forze da qualche parte arriveranno, le rinunce si faranno ugualmente, le idee si cambieranno, ma bisogna guardarsi dentro e domandarsi con estrema sincerità se si è arrivati in quel momento della propria vita in cui si è disposti, almeno sulla carta, a dare mille e ricevere indietro dieci (o forse meno). Nessun elicottero, nessun pezzo da cento.

Quei dieci che ci restituiscono, certo, sono di oro zecchino e hanno una rendita del centomila per cento con cui campare di rendita affettiva per svariate vite; ma sempre dieci sono. È un concetto che non si può comprendere senza essere diventati genitori. Per chi lo studia dall’esterno, si tratta di un profitto irrisorio a fronte di un investimento enorme.

Ti chiedi se sia il momento di avere un figlio? Approfondisci questa realtà. Io l’ho fatto e mi ha portato bene. Prima avevo tutt’altri pensieri e sono stato fortunato a non avere figli, allora: da quel punto di vista, ci avrei rimesso senz’altro.