Lettera a mio figlio sull’Italia

Un papà descrive in una lettera a suo figlio l’Italia di oggi e quella che potrebbe diventare anche grazie a lui, con la speranza di un futuro migliore

Italia, lui è Francesco. Francesco, questa è l’Italia.

Ne avrai senz’altro sentito parlare, più o meno bene o più o meno male, a seconda dei punti di vista. Ti avranno detto che è il paese più significativo del mondo dal punto di vista della Bellezza. Ci hanno girato anche un film, proprio a proposito di questa Bellezza così maiuscola, ma non mi ha fatto impazzire, l’ho sempre trovato posticcio.

Saprai anche che le frasi “stiamo in Italia” e “questa è l’Italia” sono la principale spiegazione che gli italiani si danno delle tante Brutture dell’Italia stessa. Mi sento di aggiungere la B maiuscola anche in questo caso.

Pure queste locuzioni non le apprezzo molto: è come trovarsi in un bagno sporco e maleodorante e giustificarlo dicendo “beh, stiamo in un bagno. Di certo non mi aspetto un prato fiorito, nel bagno, ma so per certo che dopo essere stati curati, lavati e disinfettati, anche i bagni possono profumare di essenze floreali.

lettera a mio figlio sull'italia

Se questa è l’Italia, la ragione non risiede nell’Italia, ma in chi la rende quel che è.

Qui entri in gioco tu, Francesco, come sono entrato in gioco io tanti anni prima. Abbiamo delle responsabilità nei confronti di questo paese.

Questa terra, baciata dal clima, dalla natura, da un passato di eccellenza, da scuole ed università che hanno insegnato la cultura al pianeta, non ha chiesto di essere abitata da nessuno, men che meno da un popolo arrogante, supponente e superficiale come quello che attualmente lo popola.

Ci ha messo le coste, ma non ha imposto a nessuno di costruire una villetta a pochi metri dagli scogli con il rischio che venga giù tutta la rupe.

Ci ha messo il mare, le montagne, i fiumi e non c’entra nulla con i canali tombati, con le case costruite sopra i fossi, con l’acqua che il vento da sud spinge contro le catene montuose e che non sa più dove riversarsi se non sulle nostre strade dove ogni tanto qualcuno muore annegato o travolto dai motorini strappati ai parcheggi dai flutti delle alluvioni.

Ci ha messo, nei secoli, le città da cui tutti noi oggi vorremmo fuggire, perché inumane e inabitabili. Eppure, nel secolo scorso, se facevi il pittore e non venivi a Roma, a Firenze, a Napoli, eri considerato alla stregua di un aspirante ciclista privo di bicicletta.

Qualunque sfregio tu faccia al tuo vicino, alla strada dove abiti, qualunque scritta su qualunque muro ti scappi che non sia una forma d’arte reale ma semplicemente una trasgressione, ogni volta che risparmi qualcosa sulle vacanze prendendo in affitto a nero un appartamento palesemente abusivo, ogni volta che ti installano o riparano qualcosa a casa e ti faranno 100 con fattura e 70 senza e tu sceglierai 70, Francesco, devi essere consapevole che stai contribuendo a fare dell’Italia “questa” Italia.

Con la quale cosa non mi sento di colpevolizzarti, se a volte ti chiederai “che alternativa avevo? Possibile che debba essere tutto sulle mie piccole spalle, mentre intorno a me vedo illegalità, avidità, ingordigia?”. Sono certo che farai le tue scelte cercando di minimizzare i danni. Ma è a te stesso, in quanto nato in Italia per volontà di nessuno se non del caso, che devi confessare quella realtà. Ogni mattone costruito su questo paese, anche i tuoi, lo edificano. Ogni mattone buttato giù, anche da te, contribuisce a demolirlo.

Non diventare come quelli che additano i politici, i ricchi, i banchieri, gli avvocati (soprattutto non gli avvocati, amore mio!) come causa di ogni male e poi nel loro quotidiano vivere mettono in atto comportamenti ai limiti del criminale quasi senza accorgersene, senza rendersi conto che la sostanza è identica.

Fai del bene o fai del male al nostro paese, che è il nostro; fai come ti sentirai di fare, sono tuo padre e non ti giudicherò. Ma ti prego di farlo sapendo cosa è bene e cosa è male, ti prego di non metterti su un piedistallo a sputare sul male altrui fingendo di ignorare il male che fai tu.

Se un giorno vorrai andartene, vai. Non ti metterò alcun limite, ti sosterrò anzi, perché anche io ci penso, me lo chiedo ogni giorno se è poi giusto far crescere la luce dei miei occhi in una nazione così dolorosamente contraddittoria, così nobile e così puttana, così eccellente e così squallida tutto contemporaneamente. Vattene se questo paese non ti corrisponderà: non andartene con arroganza però, non andartene sbattendo la porta e sbraitando che in Italia faceva tutto schifo, perché non è vero e lo sappiamo bene entrambi.

Ovunque andrai troverai cose che non funzionano.

Potrai portare le cose migliori dell’Italia e del tuo essere italiano in quel luogo; potrai (e forse dovrai) raccontare ai curiosi che ti chiedono “com’è il tuo paese”, di quanto paradossali siano certe realtà italiane, con il rammarico che non siamo riusciti a migliorarle quanto avremmo sperato. Ma dovrai anche rimarcare loro quelle giornate di primavera trascorse a passeggiare nel centro di Roma, quel profumo di liquirizia che si sente se da tante spiagge del sud Italia ti inerpichi nella macchia mediterranea a piedi, i capperi e i fichi d’India che crescono sui muri del Salento o a Lipari, la granita ai gelsi di Lingua di Salina, la sensazione di nostalgia e di tradizione agreste che si respira nelle mattine lombarde o emiliane; dovrai dir loro che in Italia anche città semisconosciute come Treviso le vai a visitare e ti rendi conto che potrebbero essere la meraviglia architettonica principale di quasi tutti gli altri paesi del mondo, dovrai rimarcarlo e sentirtene privilegiato.

Divertiti con gli stereotipi sugli italiani. Grandi amatori, compagnoni, divertenti, generosi, chiassosi. Dà a questi stereotipi una ragione in più di esistere, ma senza passare il segno. In quanto italiani spesso pensiamo di avere la patente da guasconi, di poter fregare tutti e mandare tutti a quel paese, tanto poi ci si ride su e anche voi, suvvia, fatevi una risata.

Non è così. Se manchi di rispetto agli altri, puoi essere italiano quanto ti pare, ma ti starai divertendo solo tu. Ci tieni tanto a divertirti da solo? A me non è mai piaciuto. Preferisco un profilo meno rumoroso ma che lasci un ricordo positivo a chi mi ha incontrato. Non sempre ci si riesce, ma anche in quanto popolo, se miglioriamo gradualmente, un po’ alla volta, male non ci farà.

Lo so che ti sembro un italiano strano, Francesco. Avrei l’intelligenza necessaria per fare il furbo e non voglio farlo. Avrei la brillantezza necessaria per ammaliare e poi non mantenere le promesse. Alla fine dei conti, però, ti devo confessare una mia convinzione radicata: sono persuaso che spesso le persone considerino delle grandi virtù quelli che sono a volte i propri difetti peggiori senza accorgersi di quali siano i propri pregi più ragguardevoli.

Vale anche per gli italiani. Gli italiani pensano di doversi mostrare i più brillanti, i più simpatici, i più paraculi, i più astuti, che sia quella la via del successo e che anche fuori dall’Italia siano quelli i loro punti di forza. La vedo molto diversamente: la gente come me e te, gli italiani, i veri italiani, sono quelli capaci di lavorare quattordici ore al giorno e non spararsi una pistolettata in testa una volta giunti alla sera, perchè sanno che lo stanno facendo per la propria famiglia e riescono a non perdersi i momenti importanti con i loro cari; sono quelli che non dimenticano da dove vengono; sono quelli che studiano, che pensano, che creano e che di solito lo fanno molto meglio di tanti altri, perché abituati a barcamenarsi in un panorama molto più complicato della media occidentale.

Sii un vero italiano, Francesco. Non aver paura dello spettro di Toto Cutugno: non c’è nulla di cui vergognarsi, se lo fai bene.