Il mio primo giorno

È stato un bel po’ sul mio comodino, questo libro.
Mi è stato inviato dalla moglie dell’autore, presenza costante e silente di questa narrazione, e ne conoscevo il tema, cosa che mi ha spinto a dedicargli un tempo migliore di quello che quest’estate di ritmi serrati e mercatini mi avesse concesso. Così ho atteso di essere più calma, di riuscire a dargli la profondità che sentivo meritasse.

Questo libro parla (anche) della morte, avvenuta in seguito ad un cesareo prematuro per problemi sopravvenuti durante la gestazione, del loro primo figlio, Nathan.
Mi aveva molto colpito inizialmente che a scriverlo fosse stato il padre del bambino: siamo concettualmente abituati alla condivisione di un dolore simile da parte della mamma, i papà rimangono sempre un po’ dietro, un po’ in disparte, riguardo a questi argomenti.
Mi sentivo anche un po’ in colpa a leggere di un argomento simile mentre al di là di un muro risuonavano le voci dei miei figli: ammetto che c’è voluto un po’ di coraggio ad entrare in una storia così diversa dalla mia, mi sembrava di doverci entrare in punta di piedi, per rispetto, per (fortunata) ignoranza, per tantissimi sfumati motivi che non riuscivo a mettere a fuoco.

Ma questo libro non è la storia di una perdita, definirlo così è banalmente riduttivo, e lo si capisce fin dalla prima pagina.
Questo libro è la storia di un Amore e ne è permeato a tal punto da lasciare il lettore sereno, nonostante tutto.
Il dolore c’è, e si percepisce, ma resta al margine: è la storia di un percorso e di una Fede che ne è base e filo conduttore.

È la storia di una famiglia, delle sue scelte, delle sue risposte ai misteri della vita, nelle loro complessità come nella loro inesplicabilità. La storia di Nathan, ma anche quella di Giacobbe ed Emily, del loro amore, della loro storia, degli occhiali attraverso i quali vedono il mondo e la vita.

Di fronte ad avvenimenti come quelli di cui Giacobbe ci racconta, non esiste un’univocità di reazione o di visione e la bellezza di questo libro è stata per me proprio il presentare le proprie senza la pretesa che siano le uniche, ma come parte naturale di scelte più grandi.

Io non sono religiosa, ho un rapporto con il trascendentale decisamente tutto mio, la fede è qualcosa che ho cercato, in diversi periodi della mia vita, senza mai afferrarla. Non amo chi la ostenta perché ritengo che sia e debba rimanere un percorso personale, ma questo libro non ostenta nulla: ci presenta la realtà per come è stata vissuta, come parte di un tutto in cui la fede stessa ha un ruolo importante, senza farne bandiera o proporla come soluzione per chiunque.

Insomma un libro che, contrariamente a ciò che pensavo prima di leggerlo, mi ha lasciato sì tristezza (come poteva essere altrimenti?) ma anche un senso generale di serenità che non saprei spiegare… va letto per capirlo e, sinceramente, vi invito a farlo.
Mi permetto attraverso questo post di abbracciare virtualmente Giacobbe ed Emily, e di esprimere loro la mia stima per aver voluto e saputo regalare la loro storia al mondo, con onestà e delicatezza, per aver regalato anche a noi un po’ di loro e, soprattutto, di Nathan, un raggio di sole andato via troppo presto ma non senza aver riscaldato la loro vita.
Grazie, davvero.