Madri e giustificazioni

Mi ci è voluto un po’ di tempo, per riuscire a scriverne senza rabbia, o ipotesi di vendette.
Tutte reazioni sacrosante, normali ma spesso esagerate.

Tante cose mi hanno sconvolto, in questa vicenda.

Mi sconvolge cosa possa passare per la testa di un ventiquattrenne padre di famiglia, ha un figlio di 2 anni, che pensa che mettere un compressore nel sedere di qualcuno sia un gioco e che aprire l’aria non arrechi danni.

Mi sconvolge che le notizie siano “alleggerite”: infilare qualcosa nel corpo di un’altra persona, non consenziente, è violenza. Si chiama violenza, si percepisce come violenza, si ricorda come violenza. Quello che è successo è un atto di violenza. Sessuale, in qualche modo, poiché la penetrazione anale ha questo tipo di risvolto, che ci piaccia o no.

Mi sconvolge che il gestore del posto di lavoro in cui è accaduta la cosa, invece di sentirsi in colpa per non aver capito, per non essere intervenuto, per non aver potuto evitare, si sia risentito (lui!) per il danno mediatico che tutta la faccenda comporterà per la sua attività.

Mi sconvolge che questa cosa capitata a quel ragazzino sia considerata grave solo perché ha avuto una perforazione intestinale e un intervento serio da affrontare. Come se essere tenuto fermo mentre qualcuno ti abbassa i calzoni e ti sodomizza con qualcosa, non fosse una cosa grave di per sé.

Mi sconvolge leggere ovunque di conseguenze fisiche, mentre io so, purtroppo, benissimo che quelle psicologiche saranno ben più devastanti e durature.

Ma quello che mi sconvolge di più è la giustificazione della madre del (me lo concedete un “bastardo”?) violentatore ha trovato il coraggio di dare.
Una bravata.
Non mi ci metto neanche a spiegare perché, in nessun posto del mondo e del cuore, una cosa del genere non possa essere considerata una bravata, uno scherzo, un atto incosciente. Quando c’è di mezzo una costrizione fisica e una penetrazione, l’ho già detto, si tratta di violenza, senza se e senza ma.

No, quello che mi sconvolge è come una madre, come lo sono io, possa, con tutto l’amore che può provare nei confronti di suo figlio, giustificare una cosa così vigliacca, atroce, violenta e gratuita come quella che è successa in quell’autolavaggio.

Come il suo essere madre riesca a trasformare in accettabile qualcosa che non può esserlo, che non lo sarà mai.
Come può difendere, da madre, un’azione di quel tipo. Come può non prostrarsi in ginocchio e in lacrime davanti ad un’altra madre che dovrà aiutare suo figlio a ricomporre i pezzi della sua dignità.
Come, da madre, non riesca a provare empatia per quella donna che ha pregato per ore fuori dalla doppia porta di una sala operatoria. Come sia riuscita a non immaginarsi in quel ruolo.

Come sia facile, per alcune donne, travisare l’essenza dell’essere madre. Che non è “ti difenderò ad ogni costo, anche se avrai fatto la più grande cazzata della tua vita”, ma “ti starò vicino sempre e ti aiuterò a sopportare e pagare le conseguenze di qualunque enorme cazzata tu possa fare nella vita, della quale è giusto che tu risponda”.

Ecco, è questo che mi sconvolge di più.
Questa perdita di un fondamentale aspetto del ruolo di madre, o di padre, o di educatore.
Questa enorme perdita sociale, che in occasioni come queste si manifesta in maniera dirompente, ma che è presente, in modo molto più strisciante, nel momento in cui, per esempio, nostro figlio viene sgridato dalla maestra e noi decidiamo a priori che ha sbagliato la maestra e andiamo a parlare con lei già con l’intenzione di difendere più che di capire e ascoltare.

Ovviamente questa vicenda ha provocato sdegno e ha sconvolto tutta l’opinione pubblica, compatta a crocifiggere quella madre e il suo giustificare. Questo è un atto grave, ma, mi chiedo: quante volte, onestamente, la tentazione di giustificare i nostri figli è la strada più semplice, piuttosto che ammettere che forse qualcosa ci è sfuggito, che non abbiamo raggiunto un obiettivo educativo, sociale, affettivo, che dobbiamo lavorarci e scavare per veder chiaro piuttosto che limitarci a minimizzare?

Essere una madre, e più in generale un genitore, non deve significare che nel nostro cuore ci sia spazio solo per i nostri figli: è bene, anche per il bene dei nostri figli e per la nostra capacità educativa, che un pezzo di cuore si lasci al mondo, e all’obiettività, all’empatia.

Altrimenti, questo è il risultato.