Malanni strumentali

Perfetto.

Finalmente ho conquistato la mia fetta di divano. Roba mica da poco.

Dopo aver perso con MisterD una partita agguerritissima di morra cinese per decidere chi tra noi avrebbe addormentato la prole, e avere ovviamente perso; dopo aver letto una storia a figlio numero 1, cantato una canzoncina a figlio numero 2 (una bimba alquanto esigente) e benedetto il signore per non avere figlio numero 3; dopo aver intimato il coprifuoco con due occhi che a confronto Lecter me spiccia casa ed essere sgusciata dalla camera dei pargoli come neanche Houdini… mi sono sfranta sul divano.

Ed ecco che misterD si avvicina furtivo e mi accarezza la coscia.

Ora: l’accarezzamento di coscia da parte di un maschio nella fascia pre –anta, può voler dire solo “sesso”.

È abbastanza ovvio che in questo momento potrei dimostrare un entusiasmo per l’argomento pari a quello per l’estinzione del rattozozzus tiberinus, ma se c’è una cosa che un uomo capisce solo se gliela sbatti in faccia (la cosa, non il fine ultimo dei suoi approcci) è “no, stasera no”.

Qualsiasi cosa non sia un “no” nettissimo, nel cervello di un portatore sano di cromosoma Y viene visto come “ora no”. Il che lascia aperta la strada al “dopo sì”.

“Sono stanca” indica, nel cervello di MisterD, generalmente, che dopo 5 minuti, 10 se si sente empatico e comprensivo, sarò abbastanza riposata da dargliela.

“Ho avuto una giornata pesante” invece significa che presterà attenzione ai miei scazzi per una mezzoretta e poi la mano risalirà la corrente come i salmoni.

“Ho le mie cose” potrebbe andare, ma poi mi gioco la possibilità di aver io voglia domani. Senza contare il fatto che mi possa proporre alternative che insomma ma anche no. E senza contare che con la spm che mi ritrovo di solito, mi sgamerebbe subito.

“Ho mal di testa”. Scusa sputtanatissima, ormai non ci crede più nessuno.

Il mal di pancia. Meno sfacciato del mal di testa, meno determinante del ciclo. Mi sembra la scusa giusta, ecco sì, mi gioco la carta del mal di pancia.

“non mi sento bene, sai, ho un po’ di mal di pancia”.

“Ah… mi spiace” fai lui. E io mi sento la regina della sottile arte del dire di no con grazia (che dovrebbe essere materia di insegnamento fin dalle elementari).

Poi aggiunge, sornione “Allora ti coccolo un po’ e magari se ti senti meglio giochiamo al dottore”

E tu pensi: No, scusa, amore mio grande, ma sono spiaggiata su un divano, col cervello in panne che ancora si ripete la canzoncina di figlio numero 2 in loop e in più sto anche fingendo un mal di pancia. L’unico dottore di cui potrei aver bisogno a questo punto è uno psicanalista. Alla peggio mi faccio una pennica sul lettino.

Il suo sguardo racchiude tutta l’umana poesia di chi ha trovato il modo elegante (o pensa di averlo fatto) per proporti la più elementare delle pulsioni fisiche (questa cosa del modo elegante neanche se la insegnano alle elementari, temo).

A questo punto ho due alternative: il NO cubitale, che significa che ci rimarrà male, che domani mattina avrà ancora il broncio e perché tu non sai dire le cose senza ferirmi E sei sempre così dura E non c’era bisogno, avrei capito; il tutto, broncio compreso, finché, sfinita dalla rottura di maroni dal senso di colpa, finirò per dargliela.

Oppure dargliela subito e bon.

Sipario.