Mamma e papà lavorano a tempo pieno? Impossibile!!

Una provocatoria quanto mai vera riflessione sul lavoro in Italia sostenuto da coppie con figli. Mamma e papà lavorano a tempo pieno: è davvero possibile?

Lo premetto: sarò polemico; sarò violento.
In una coppia con figli, è quasi impossibile che sia mamma che papà lavorino a tempo pieno. Il nostro paese non è strutturato perché ciò avvenga.
Dico “quasi” perché sono io stesso un rarissimo esempio contrario; la mia rarità la constato con i miei occhi quando verifico quanti dei genitori dei compagni e compagne di mio figlio al nido possono permettersi di lavorare entrambi senza fare i miracoli. La maggior parte non lo fa. La maggior parte della maggior parte, vede la mamma a casa, cosicché io conosca forse due o tre degli altri papà, a fronte di tutte le mamme.
Nel nostro caso, io ho degli orari molto flessibili, per conservare i quali faccio sistematicamente i patti col diavolo e una quantità inusitata di chilometri al giorno (casa, nido, lavoro, nido, casa dei nonni, lavoro, casa). Diversamente, uno tra me e mia moglie dovrebbe rimanere a casa.
Viviamo in periferia e impieghiamo un’oretta (minuto più, minuto meno) per raggiungere il lavoro.
L’asilo nido apre alle 8,00.
A mia moglie è da poco arrivata una circolare aziendale con cui le comunicano che ogni minuto di ritardo in entrata, dopo le 8,30, le verrà trattenuto dallo stipendio. (E gliel’hanno già fatto, il rilievo per il ritardo di UN minuto, quindi c’è da crederci).
Ora, se anche io dovessi attaccare alla stessa ora, poiché nella vita di tutti i giorni siamo lontani dalle velocità alle quali lo spazio-tempo inizia a curvarsi, le alternative sarebbero poche: convocare una tata, una badante o una povera nonna – già impegnata con il bambino per tutto il pomeriggio – affinché venga a casa, prepari il piccolo e lo porti al nido dopo l’apertura, oppure stra-pagare un nido privato, di quelli talmente privati che aprono alle 7,00: sono rari e costano quanto Harvard.
Da bambino, i miei genitori scelsero per me questa soluzione (l’istituto di suore, non Harvard…), nell’impossibilità di inventarsi altro. La mia sveglia è sempre stata alle 6,00, precisamente a causa degli stessi problemi che, 35 anni dopo, non sono stati risolti.
Il comune di Roma (ed è solo un esempio) fissa poi due soli orari possibili per l’uscita dei bambini: le 14,30 e le 16,00. Siamo forse in tre, in tutto il nido, ad andare a riprendere i figli alle 14,30 – che è già un orario assurdo – per poi tornare al lavoro. Gli altri, anzi, le altre, se li vanno a riprendere alle 16,00, quando per la maggior parte delle persone sarebbe pieno orario d’ufficio. Al netto di quelli che lavorano su turnazione e dei liberi professionisti tipo me, se i genitori stanno fuori al nido ad aspettare i figli e non al lavoro, significa che non lavorano.
Il mondo del lavoro chiede, chiede presenza, chiede puntualità, chiede continuità. Tuttavia l’azienda di dimensione nazionale presso cui lavora mia moglie non si sogna neanche lontanamente di allestire un nido aziendale.
Nessuno “fa problemi” a una donna che va in maternità e ci sta i soli cinque mesi di congedo obbligatorio per poi rientrare, precisa, al sesto mese: certo, può succedere che le tolgano l’attività svolta fino a quel momento per assegnarle, a sorpresa, quella di un’altra regione geografica – “anomalia” sul posto di lavoro di mia moglie, per fortuna corretta, anche se solo parzialmente, quando i colleghi di Roma l’hanno reclamata a grandissima voce alla sua vecchia occupazione.
Non mi avventurerò in discorsi legali sulla tutela della figura della madre – e del padre? – contro le discriminazioni sul luogo di lavoro, per la semplicissima ragione che tutele non ce ne sono: allo stato normativo attuale, nessuna azienda gestita con un minimo di senso pratico si sognerebbe mai di licenziare se non per quei motivi inquadrati, già dal 2010, come “oggettivi per motivi economici”. Sia che ci siano problemi economici, sia che non ce ne siano e tu mi stia meramente sulle balle, basta creare le giuste paratie stagne e la giusta causa per motivi economici è bella e pronta, per chiunque, senza speranza di reintegra (ormai del tutto esclusa dal Jobs Act) e senza una concreta chance di impugnazione utile del licenziamento.
Il che non significa che fai causa e la perdi di certo. Se hai la fortuna di un datore di lavoro che si lascia scappare comportamenti o affermazioni discriminatori documentabili, le chance sono ottime. Tolti questi casi limite di datori di lavoro fuori dal tempo, tuttavia, esiste un grosso escamotage da cavalcare per chi vuole liberarsi di te e non c’è una tutela altrettanto solida in tuo favore.
Ma il problema risiede a monte. Lo si può rinvenire nei commenti di chi vede la propria dipendente rimanere incinta e pensa “ecco, sta stronza si è fatta ingravidare a spese mie”; la cosa si reitera, ancora oggi, ancora da parte di chicchessia, ancora e spesso da parte di donne. Non è concepito, in primis da molti di noi “gente qualunque”, che si possa essere allo stesso tempo lavoratori e genitori in maniera completa.
Neppure il maschio è esente da questo ragionamento: nel suo caso, per convenzione è tenuto – o sarebbe tenuto – a sacrificare la parte genitoriale. Un uomo che lascia il lavoro per dedicarsi ai figli non si sente mai. In caso di emergenza, è “scontato” che lo faccia la donna.
Cosa bisogna chiedersi, se è giusto che la rinuncia al lavoro sia così a senso unico o se forse non sarebbe più giusto che si facesse un po’ ciascuno? Mi rifiuto di farmi certe domande.
Chi lavora, bene e con impegno, di qualunque sesso sia, deve poter fare dei figli, deve poterli crescere e deve potersi tenere il lavoro. Le scuole dovrebbero essere tante di più, tutte più accessibili. Il lavoro dovrebbe consentire una flessibilità di ben altro tipo con gli orari, per non mettere in croce le famiglie. I congedi parentali non dovrebbero essere strutturati solo “per l’intera giornata” o “per quattro ore”, bisognerebbe poterli sfruttare in maniera più elastica. Gli asili aziendali dovrebbero essere maledettamente obbligatori almeno per le imprese con un numero importante di dipendenti.
In caso contrario, chi non ha tutti i nonni vivi e operativi, o guadagni sufficienti per baby sitter a tempo pieno, o un marito avvocato che usa molto l’auto e che finisce di lavorare di notte, mi spiegate come cazzo può farcela? Va bene, tutto si può fare, basta industriarsi e armarsi di buona volontà. Lo so da me. Ma è ingiusto rassegnarsi alla necessità di industriarsi, quando quelli dovrebbero essere diritti garantiti. Noi ci industriamo solo perché la società non ci dà ciò che ci dovrebbe dare. Eppure nella società ci viviamo, alle sue regole sottostiamo.
Lo so, sono stanco. E’ fine maggio. Ho bisogno di vacanze. Sono polemico. Sono violento. In più, so di aver ragione. Questo mi rende odioso.