Al mare coi nonni – un anno dopo

L’anno scorso, nel mese di Luglio, mi trovavo in una bella casa di mare, con affaccio quasi diretto sulla spiaggia, non fosse stato per quella ferrovia così romantica che corre a strapiombo sul mare lungo quasi tutta la Liguria.

Insieme alle gioie e alle mollezze di un’estate di maternità, mi godevo una specie di preview di quanto sarebbe accaduto solo un anno più tardi, cioè adesso, cioè quando sono stata io a mandare le mie bimbe al mare coi nonni, mentre io, a Milano, recuperavo sonno, fatica, arretrati di lavoro e film (le seconde visioni nei cinema d’estate sono state una bellissima sorpresa!).

D’altra parte l’estate a Milano non è una prospettiva allettante per un bambino, neanche in un’estate metereologicamente anomala come la presente: infatti gli amichetti che non sono in giro per campus, colonie o, appunto, al mare coi nonni, sono chiusi in casa o dentro qualche centro estivo, e non c’è speranza di organizzare appuntamenti di gioco che comincino prima delle 16:30 e finiscano prima delle 19. Esattamente come nei periodi scolastici. E dalla mattina fino alle 16:30 avete idea di quanta noia possa accumulare un bambino in età pre-scolare?

Ve lo dico io: abbastanza per procurare un esaurimento nervoso alla mamma. Immaginatevi poi se la suddetta madre pretendesse persino di lavorare (sì, lei lavora in proprio), o peggio: immaginatevi se a fare le veci della mamma ci fosse una tata, o un’educatrice precaria con la spada di Damocle del “Da settembre torno disoccupata” sulla testa.

La soluzione “scappo dalla città”, lasciatevelo dire, è l’unica percorribile per evitare il collasso e così, chi non fosse così fortunata da potersi godere due interi mesi con i figli in qualche ameno luogo di mare o montagna (la fortuna poi è tutta da dimostrare: secondo me è un super lavoro che andrebbe lautamente retribuito), non ha altra scelta che delegare ai nonni l’esperienza vacanziera, complice qualche struttura attrezzata per bambini.

Tipo quella dove ho mandato le mie bimbe coi nonni, e dove sembrava andare tutto benissimo. Sembrava.

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la Dodo prima del Virus

Vi devo anticipare che la mia Dodo è una super mammona. Indipendente, sì. Intelligente, certo. Autonoma e intraprendente, anche. Ma tutto in un raggio di massimo 15 km dalla mamma, con la certezza che una forza centripeta imprescindibile riporterà la mamma da lei, al calar della sera, per rasserenarle sogni e umori. Evviva.

Non mi fraintendete, la amo incommensurabilmente e mi gongolo pure un po’ di questa sua passione sfrenata (“Mamma, io ti amo tantissimo”, è il genere di frase che mi dice lei, così, senza motivo apparente, nel mezzo di attività che non prevederebbero alcuna dichiarazione d’amore, secondo il sentire comune), però io sono una persona estremamente indipendente e talvolta avrei bisogno di un minimo di libertà. Sapendola in mani sicure a svolgere attività divertenti, circondata da un amore incommensurabile pari al mio, e al riparo da agenti atmosferici inclementi e inquinamento, insomma, coi nonni al mare, riuscirei a sopravvivere qualche giorno, forse persino settimana, in sua assenza. E mi rigenererei in previsione del nostro prossimo incontro.

Sono un mostro? Una madre degenere?

Suppongo di no.

Anche se ho come l’impressione che il cosmo non la pensi così e stia cercando di lanciarmi un messaggio.

La prima settimana, nonostante qualche capriccio durante il primo giorno, è andata a gonfie vele. Certo, ogni sera, prima di addormentarsi, la Dodo si faceva su come un baco da seta nella sciarpa che le avevo lasciato come feticcio, perché si potesse aggrappare a qualcosa nei momenti di nostalgia, ma la mattina si alzava di buon umore e i bagni in mare non erano mai abbastanza, complice il miniclub e la sua passione per la compagnia dei suoi consimili sotto il metro.

Poi il venerdì siamo arrivati noi: mamma e papà. In anticipo sul previsto e carichi di entusiasmo, abbiamo inaugurato il week end con un bagno tardopomeridiano sulla cui opportunità siamo finiti ad interrogarci per i due giorni successivi: infatti la notte la Dodo ha vomitato, e il giorno dopo era in dissenteria.

Superati i primi momenti grazie alle coccole di mamma e papà, con i quali ha dormito sabato notte e a cui ha passato il virus malefico (come si è dimostrato a posteriori), la domenica sera l’abbiamo lasciata che sembrava aver imboccato la via della guarigione di gran carriera.

Nel frattempo, la domenica notte, il virus è venuto a bussarmi alle 5 del mattino, costringendomi a letto da due giorni a questa parte.

Nel frattempo, la Dodo ha avuto una ricaduta e ha ricominciato a vomitare e, chevvelodicoaffare, a invocare “Mamma, mamma! Voglio tornare a casa!!”.

Al momento sono qui che aspetto due cose: il responso del pediatra del luogo con cui hanno appuntamento nel pomeriggio, e il ritorno di Maritomio, che stamattina si è precipitato da lei, con la Dodo al seguito.

E al diavolo tutti i programmi, come al solito.

E scommettiamo che l’anno prossimo al solo nominarle “il mare coi nonni“, si farà venire una crisi?

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Cecetta prima, durante e dopo il Virus della Dodo.

Post Scriptum

Se vi state chiedendo, in tutto questo, dove fosse l’altra figlia, vi rassicuro: no, non l’abbiamo persa in spiaggia. La piccola Cece sta meglio di tutti: lei e il suo caschetto sempre più biondo si dividono tra la spiaggia (dove si fa servire e riverire da nonni adoranti, perché non apprezza molto né la sabbia sul culetto, né l’acqua del mare, se non quando esce da un mini-annaffiatoio che qualcuno ha riempito per lei), e la sala ristorante, dove al suon di “Totta!!” e “Pappa!” (è una tipa pratica, ha diviso tutto in due categorie: “Cibo dolce” e “Cibo salato”), si scofana piatti che non ci si crede.

E di me non chiede mai, ovviamente.

A meno che vogliamo prendere in considerazione quel giorno in cui ha cominciato a chiamare “mamma” la nonna….

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