Migrante is the new proletario

Quando sei un migrante e devi rapportarti con i social, con la famiglia di origine e con il classismo imperante della nostra società, che faccia indossi? O forse è meglio indossare una maschera?

Oggi migrante is the new proletario.

Una delle cose più bizzarre della nostra società è il classismo che più o meno inconsciamente ci pervade.

Migrante che viene dal Sud è diverso da migrante che viene dal Nord. Quello si chiama expat ed è molto figo.

A parità di scelta di vita, poniamo di star parlando di uno studente africano in medicina che frequenta l’Università di Milano e di una studentessa italiana di economia che sceglie di prepararsi a Londra, se una persona proviene da un Paese in Via di Sviluppo la chiamiamo migrante, se parte da un Paese del Primo Mondo la chiamiamo expat.

Credo nessuno di noi abbia mai guardato a un canadese o a un giapponese, stabiliti in Italia, come a dei migranti, no?

E un italiano all’estero, tutt’al più è un cervello in fuga.

Questa apparente assurdità, ha però dei motivi. Che vanno al di là del pur reale classismo.

Il bisogno che spinge un Mondo verso un altro è più pressante in un senso piuttosto che nell’altro, anche quando parliamo di africani benestanti e italiani indigenti. La società che vede crescere queste due persone sarà, purtroppo sempre significativa del loro rapporto con il bisogno, la necessità, la pressione sociale.

Dico questo perché, se vogliamo parlare del diverso rapporto con la Rete che si nota in una persona che emigra per scelta, piuttosto che in una persona che emigra perché ha solo quella scelta, non possiamo prescindere da questo.

Andare a studiare in Italia e lasciare a casa una famiglia allargata che conta sulla tua ascesa sociale per fare, anch’essa quel salto di classe altrimenti precluso, può significare che l’uso che fai dei social ha dei limiti e forse a volte anche delle maschere.

Andare a lavorare in Canada partendo dall’Italia, come scelta di crescita non condizionata, significa che i social sono soprattutto un valido strumento. Per mantenere i contatti, far sapere a quante più persone possibile, in mancanza di possibilità di incontri vis a vis, come stai, cosa fai, come crescono i bambini.

Credo che tutti, ormai, abbiano una enorme presenza sui social, da qualunque Mondo vengano. La generazione 2.0 ormai è grande e viaggia molto, usava Facebook e Twitter a casa e li usa a maggior ragione altrove.

Un blog, per esempio, può essere un ottimo modo per una mamma finlandese che vuole raccontare agli amici come si vive in Italia, e anche per sentirsi, attraverso i lettori di casa, meno sola, meno spaesata.

Facebook è piena di gruppi famigliari africani, di persone della stessa famiglia disperse ai quattro venti dall’emigrazione, tra Europa, Nord America, Giappone, Arabia Saudita. Chi ha perso i contatti per lunghi periodi, coincisi con i mesi o anni di adattamento alla nuova società, all’ottenimento dei permessi di soggiorno, del lavoro, si ritrova poi a poter recuperare la famiglia e a sentirne l’affetto.

In questo, non c’è alcuna differenza: i social sono davvero un ottimo strumento per mantenere i contatti e i legami famigliari.

Così come avveniva in emigrazione nella seconda metà del novecento, non è detto che a casa si racconti sempre tutto: dipende dalle pressioni, e dalle aspettative di partenza.

Se sei la speranza di una famiglia di venticinque persone, e (maledetta la vita da emigrante!) non ce la fai, non è detto che tu non ceda alla tentazione di comparire su Facebook con le scarpe firmate che però magari sono di un amico e tu le hai solo provate, facendo credere a tutti che te la sta cavando alla grande.

Se hai una moglie che sta al villaggio, difficilmente la tua nuova splendente fidanzata la vedrà su Facebook.

Sui social si ha sempre una faccia: a volte è la nostra, a volte è solo una metà della nostra, a volte è proprio solo quella che vorremmo essere e non siamo.

In una società classista, se ti senti all’altezza della tua classe è facile essere più libero e leggero: ci sono momenti in cui potresti essere forzato a mentire, almeno per preservare quel poco di dignità che il maledetto Primo Mondo ti ha lasciato.

emigranti calabresi metà '900