Multitasking?!

Le Instamamme, nel commissionarmi un articolo sul carattere multitasking delle partner femminili, mi hanno testualmente così incaricato: “Emanuele, sarebbe interessante il punto di vista di un marito sul multitasking femminile: è una cosa che vi stressa, che vi mette in condizione ‘di riposo’, che invidiate?”. Postilla: “sei autorizzato a scatenare l’inferno”.

Sono autorizzato? Davvero? Molto bene.

Io detesto il lato multitasking (o presunto tale) della mia compagna di vita. Non credo neppure che sia reale “multitasking” ma solo un gran casino di contenuti fiondati in mezzo alla mischia, tutti insieme contemporaneamente, senza un iter logico, con un dispendio di energie almeno triplo rispetto a quando li affronti con un minimo di programmazione, che alla fine non fa guadagnare nulla se non in mal di fegato, né alla donna né ai poveracci che le stanno vicino.

(vi ricordo che sono stato espressamente autorizzato. Declino ogni responsabilità).

Premessa doverosa: sono un libero professionista che svolge un’attività prettamente intellettuale. Per forza di cose, non posso permettermi di staccare mai completamente i circuiti dell’attività lavorativa, che in background tengo sempre operativi, perché una professione intellettuale richiede che le idee saltino fuori in qualsiasi momento, incluso mentre giochi con tuo figlio, mentre carichi la lavastoviglie, mentre guidando imbocchi una superstrada.

Crescere un bambino piccolo significa stare continuamente sul chi vive, di giorno e di notte.

In più, neppure il mio hobby principale, che è praticamente un secondo lavoro, è un qualcosa di prettamente fisico. Tempo per imparare nuovi repertori e/o copioni ce n’è pochissimo, per cui io aggredisco spartiti, pagine, tasti, note, accordi, scrivo e intanto fisso nella memoria. E rimugino. E rimugino. Così imparo.

Insomma, sono essenzialmente un uomo multitasking. Penso continuamente al mio lavoro, alla mia famiglia, alla musica che suono: se non lo facessi, prima o poi commetterei un errore o resterei indietro. Però un conto è pensarci, un conto è pretendere di fare tutto insieme!

Facciamo ricorso a un esempio informatico terra terra. Un computer elabora un sacco di dati, ma anche la sua memoria RAM ha dei limiti. Se si tengono in background troppe applicazioni, il processore rallenta. Se quelle applicazioni simultaneamente le si fa lavorare, qualcuna si inceppa. Se si esagera, il sistema crasha, si riavvia e una volta riavviatosi c’è solo da sperare che non si sia perso troppo materiale, di quello che non si è fatto in tempo a salvare.

Questo per dire che non è affatto impossibile essere multitasking sino all’estremo. È possibilissimo. Semplicemente, è dannoso. Nella vita reale non è possibile sfruttare il provvidenziale ctrl+alt+canc per liberare un po’ di sovraccarico.

A che serve, poi? Le cose da fare sono cose da fare. È un dato innegabile e ineliminabile. Andranno fatte, tutte. In un ordine di priorità, oppure tutte insieme. Se per fare una cosa ci vuole un’ora e per farne un’altra ce ne vuole mezza, a farle tutte insieme si farà un miscuglio delle due… della durata di un’ora e mezza. Se va bene. Probabilmente, gestirle in sincrono causerà degli impacci, dei ritardi, degli incroci. Ci vorrà più tempo. L’ansia di dover fare tutto non aiuta in termini di tempo. Aiuta solo in termini di cefalea.

Non le credete, dunque: non sta facendo più cose insieme. Sta semplicemente facendo una cosa mentre ne fa un’altra, il che vuol dire che continuamente sospendere l’una per riprendere l’altra, e poi cambio, ri-sospendere la seconda e riprendere la prima, eccetera, eccetera.

Quando chiamo mia moglie al lavoro, la telefonata, al mio capo del telefono, dura un’eternità. Non c’è verso che lei interrompa quel che sta facendo. In compenso tiene me appeso al telefono. Parlo con lei e al posto di una risposta qualsiasi ricevo prevalentemente cifre, parole sconnesse, in poche parole il testo di quel che stava scrivendo al computer prima che il telefono squillasse e che non ha smesso di scrivere ma ha iniziato a dettarlo ad alta voce a me, che faccio un altro lavoro e mi trovo distante dei chilometri. Dovevamo parlare per cinque minuti. Parliamo per quindici minuti, dieci dei quali si riassumono in suoni tipo “egregio signor… codice n. 183728X…. dodici settembre… cazzo, ho sbagliato, cazzo!”, mentre i restanti cinque, sparpagliati qua e là, sono risposte per me. Ebbene, sono intimamente convinto che mia moglie alla fine attacchi il telefono convinta di aver davvero fatto due cose insieme e se ne vanti anche con se stessa e con gli amici.

In parte la comprendo: in passato c’ero cascato anche io. Inizi quattro cose insieme per sbrigarti, la gente rimane ammirata della tua dote, tu nel frattempo fai il doppio della fatica e fai un errore dietro l’altro. Da uomo forzatamente multitasking, ho imparato a limitare quel difetto (è un difetto) per evitare di farmi prendere la mano: ordino le priorità, le tengo sotto controllo, tengo d’occhio l’orologio e con la santissima pazienza faccio tutto. UNA-COSA-ALLA-VOLTA.

So già cosa state pensando, mascherine: “bravo il razionale, tu che vivi nel mondo dove gli imprevisti non esistono, dormi pure mentre noi affrontiamo le emergenze”.

Vi conosco, mascherine, e vi prevengo: state parlando ad un artista avvocato quarantenne padre di famiglia, non a un impiegato del catasto in pensione. La mia vita è imprevisto; raramente ho una giornata simile alla precedente, oggi sono qui, domani tendenzialmente altrove. Se non cercassi di incasellare ogni attività nello spazio e nel tempo opportuno, se non le scadenzassi e scaglionassi, se mi ostinassi a intrecciare una cosa nell’altra nell’ansia di finire tutto subito, beh… il risultato sarebbe un’esplosione visibile da Dobbiaco a Marina di Ragusa.

Se arriva l’emergenza, si affronta, si cambiano i programmi; se alla fine della giornata, sommando l’emergenza a tutte le altre cose da fare, ne resterà fuori una, la meno urgente, io mi guarderò allo specchio, vedrò un uomo appagato dei propri sforzi, posticiperò la cosa meno urgente all’indomani, quando una nuova sfilza di priorità verrà stilata e, nell’addormentarmi, saluterò il ridente mondo della veglia diurna con un vellutato e sereno “chi-se-ne-frega, domani ci penso”.

In questi due elementi risiede la grande differenza tra uomo e donna: 1) la donna, a parità di condizioni, saluterà il ridente mondo della veglia diurna con un drammatico “domani morirò, è sicuro”; 2) per ragioni tuttora inspiegate, la donna vedrà l’uomo addormentarsi sereno e vellutato e penserà che il difetto sta nell’uomo, non in sé.

Fine dell’articolo. Tutte le lamentele femminili per i suoi contenuti potranno venire inoltrate alla redazione di instamamme.net, che le gestirà con sapienza. Se poi fate parte della redazione di instamamme.net e volete voi stesse lamentarvi, che dire, sappiate che ho solo risposto alla domanda:

D.: “Il suo multitastking stressa?”.

R.: “Sì!”.