Non lavoro, posso non essere sempre felice?

Eccomi, faccio outing.

Sono una mamma che non lavora. E sì, in parte mi sento fortunata, lo ammetto.

Sono fortunata perché non devo chiedere a nessuno il permesso di stare coi miei figli quando hanno bisogno di me e io di loro. Non mi sono persa nessuna delle loro tappe: ho retto le loro manine durante i primi passi incerti, ho tagliato loro le pietanze della misura giusta, li ho accompagnati e fotografati il primo giorno di scuola, ogni anno.

Ma ho dovuto fare i conti con una realtà che non avevo previsto.

Ho smesso di lavorare per scelta altrui, più che mia. Una serie di sfortunatissime coincidenze verificatesi proprio all’apparire della seconda linea colorata. Càpita.
Dopo la nascita del mio primogenito ho cercato lavoro, portando e mandando curricola in posti che ritenevo geograficamente compatibili: se hai un marito che lavora a turni e sei distante 250 km da tutti i nonni, è inutile che cerchi un lavoro da libera professionista (ovvero senza orari sicuri) a più di 50 km da casa.

Ovviamente non l’ho trovato. Ho fatto anche il secondo figlio. A quel punto mi è stato chiaro che non avendo già un lavoro, le mie possibilità di trovarne uno che mi permettesse di stare tranquilla erano infime.

Quindi, di fatto, ho fatto una scelta.
Questo però non significa che sia stata felice. Mi sono presto resa conto che l’essere la mamma dei Patati non mi bastava. Questo essere niente altro mi annullava e, paradossalmente, rendeva meno bello tutto il tempo che passavo con loro. Non era una più una scelta, ma una sorta di meravigliosa prigione, per me.

Ovviamente mi sono crocifissa, per questo. E laddove non l’ho fatto io, ci hanno pensato tutte le mamme lavoratrici dicendomi che non potevo non essere felice, a stare a casa coi miei figli.
La conseguenza di tutto questo è che mi sono sentita, per tanto tempo, sbagliata.

Ho trovato un equilibrio mandando i miei figli al nido, ovviamente criticata dall’universo mondo: ma come, non lavori e mandi i tuoi figli al nido? Che madre snaturata sei!
Semplicemente, ero e sono una madre diversa. E rivendico il mio diritto ad esserlo.

Da figlia ho percepito nettamente il sacrificio che mia madre ha fatto lasciando il lavoro per stare a casa con noi e da madre, a mia volta, ho dovuto accettare di aver bisogno di essere qualcosa a prescindere dalla maternità e non volevo che i miei figli mi percepissero scontenta come un po’ io avevo percepito mia madre.
Dal canto loro, i miei figli vedono il mio impegno in qualcosa (che possa essere l’artigianato o instamamme stesso) come una cosa positiva. Li rende orgogliosi, qualifica il mio tempo ai loro occhi.

Certo, ci sono e ci sono stati giorni in cui li ho trascurati, per questo. Non senza sensi di colpa, ovviamente. A volte trovare un equilibrio non è facile, a volte riesco a coinvolgerli, altre volte mi faccio io coinvolgere da loro.

Non esiste la situazione perfetta, esistono situazioni modulate sulle proprie realtà e sul proprio modo di essere. Avevo sempre pensato che essere madre sarebbe stata la mia realizzazione suprema, che non avrei avuto bisogno né voglia di nient’altro. Mi sono dovuta arrendere al fatto che non fosse così: ho dovuto guardarmi dentro e accettare di essere una mamma diversa da come mi ero voluta e immaginata.

Oggi vivo più serena con me stessa, rendendomi conto che ciò che rende una madre più felice o fortunata non è una situazione o una scelta, ma il quanto quella situazione o quella scelta siano ragionate su se stessa e sul proprio modo di essere. La felicità è un percorso: ognuno deve trovare il suo.