Padri che suonano, figli che suonano

Il nostro papà racconta il suo percorso musicale dai primi approcci alla passione vera e propria e come questa stia già catturando in qualche modo anche il figlio.

A mio padre, già quando ero piccolo io, piaceva ascoltare musica e se ne aveva una cultura molto vaga è stato più per mancanza di occasioni che altro. È intonato e naturalmente groovy, senza sapere neanche cosa voglia dire. Non avevamo l’autoradio, ma le canzoni di Baglioni e dei Procol Harum me le cantava lui – malino, ma le cantava a piena voce.

Ora, io sono stato giovane metallaro e quindi un tempo ero costretto a prendere le distanze da ‘sto vecchiume. Fortunatamente alla fine ho allargato i miei orizzonti e mi sento di dire che mio padre mi cantava – malino ma me le cantava – canzoni di un certo spessore (le partiture di Baglioni sono armonicamente pazzesche).

In tutto ciò, nessuno ipotizzava che in casa mia sarebbe entrata la musica. In casa mia non si ascoltava musica, quasi per niente. La radio era bandita perché mia madre, per qualche arcano motivo, aveva deciso di non ascoltarne più. Mio padre, che pure era il soggetto più musicale di quella famiglia, veniva dal collegio, dalle prime esperienze lavorative, da molti anni a fare su e giù in trasferta per lavoro. Tempo per ascoltare la musica non ce n’era. Un solo stipendio, due figli e un suocero a carico: dovendo scegliere come spendere i soldi, anche l’autoradio era l’ultima delle opzioni.

Il demone, tuttavia, covava là sotto, alla facciaccia brutta dei nostri alibi e delle oggettive difficoltà.

Era il 1982. Avevo sei anni. Al matrimonio di mio Zio Mimmo suonava un complessino. Mi trovai a sbirciare dietro alla cassa della batteria: vidi pedali, bacchette e meccaniche… e la magia ebbe luogo. Sarei diventato un musicista, meglio se un batterista. Il momento è stato quello, senza ombra di dubbio.

Alla prima occasione, giunto al primo anno delle superiori con la contezza di non essere un granché negli sport né nei flirt con le ragazzine, con i miei compagni di classe approfittammo di una cantinetta munita di batteria e mettemmo su un gruppo rock, assegnandoci quasi a caso strumenti poco più che giocattolo, muniti di tanta giovanile inconsistenza.

Inizia così per tutti, se non hai una cultura musicale di origine: scopri la socialità, recuperi storia della musica a bracciate piene, scopri il linguaggio musicale, studi, sbagli, impari male, studi di nuovo, sbagli meno, impari meglio e alla fine devi sbrigarti a finire questo articolo perché stasera, come mille altre volte prima di stasera, si suona dal vivo.

Se non ci fosse stata la musica, avrei potuto essere chiunque e molto probabilmente peggiore di ciò che sono. La musica ha messo su un palco me ragazzo, bisognoso di essere ascoltato ma sempre timoroso che qualcuno potesse giudicarmi male. Mi ha dato modo di uscire e frequentare gente con la mia stessa passione, più o meno validi musicalmente e umanamente, di certo meglio di chi si trascina al parco giusto per farsi due canne e impennare in moto. Per molto tempo, prima di prendere coraggio e sapere che parola utilizzare, piuttosto tacevo ma mi sentivo tranquillo nel sapere quale nota suonare e quando suonarla. Nei primi anni era “beh, almeno hai scoperto di saper fare qualcosa”. Naturalmente non era vero: né che non sapessi fare altro, né che sapessi suonare (trent’anni dopo so di averne, di roba da imparare, e magari averci ancora il tempo).

Per mio figlio non sarà così.

Mio figlio esiste al mondo con la consapevolezza che la musica, prima di ogni cosa, si suona, non arriva dal nulla assemblata per miracolo, è fatta di persone che suonano strumenti. Va in giro per casa impugnando fiero un mio vecchio microfono Shure SM57 – che probabilmente a quest’ora ha la membrana rotta.

È con me ai capodanni, ai matrimoni, nelle piazze. Prima di iniziare, passa e mi suona qualche nota bassa sul piano appena mi distraggo. Oppure si arrampica perché vuole cantare al posto mio. Quando c’è qualcuno che suona nei suoi paraggi, esclama “come papà” e mi domanda come mai non ci stia io al posto del musicista. Mi vede suonare tastiere, chitarre, batterie da quando ha memoria di essere: a differenza di tutti i bambini che io abbia mai incontrato, sfila con “normalità” dinanzi a me che suono, anziché voler mettere mano a ogni costo sullo strumento.

Ne ha un innato rispetto e forse subisce un po’ il fatto che io me ne stia sulle mie e in qualche modo apparentemente mi estranei, non lo coinvolga molto. O forse gli piace ascoltarmi? I bambini sono forti, sono autentici: con la musica si comunica e potrebbe anche darsi che lui mi stia ascoltando. Magari.

Quando suono a casa, di solito testo nuove frasi, nuove sillabe, nuovi passaggi. È come parlare, strutturare un discorso. Ha inizio, pausa, fine, senso. Non sono realmente estraniato. Sto solo dialogando, a un altro livello. Credo che Francesco capisca quella lingua.

Mi domanda spesso dove sia la mia batteria. Io non ne possiedo una. A domanda, risponde che vuole suonarla. Si vede che ha colto la passione nelle mie espressioni e ne è stato contagiato. Capisce quella lingua, non so se vorrà imparare a parlarla. Non mi interessa neppure. Per me è fondamentale che sappia ascoltare. Che sappia anche tacere mentre ascolta.

Non gli chiederò mai se vuole imparare a suonare. Sa quanto nella mia vita sia importante e non vorrei che percepisse un mio desiderio che lui segua un percorso non suo, che io mi aspetti che replichi il mio per compiacermi. Sono anche un ottimo insegnante, in genere, ma mi piacerebbe, nel caso, che imparasse con qualcun altro. La sovrapposizione emotiva potrebbe schiacciare quella della passione e non lo vorrei mai.

Ah, comunque non sono diventato un batterista, sono diventato un pianista.