Parità di genere e altre chiacchiere

La parità di genere è un’importante aspirazione sociale e civile e ci fa porre domande importanti, fondanti e assolutamente non banali

Sarebbe molto semplice fantasticare sui bellissimi discorsi che potrei fare a mio figlio, tre anni e mezzo, per educarlo al rispetto delle donne.

Potrei dirgli che non siamo più nell’Italia degli anni ’50 e quindi bisogna farla finita con gli stereotipi.

Chiarirgli che una donna che desidera fare sesso non è né allegra, né arrampicatrice, né arrogante, né aliena ma un normalissimo essere umano con un normalissimo desiderio.

Sbattergli sul grugno che un insulto sessista, a fronte dei tantissimi possibili insulti che la meravigliosa lingua italiana ci mette a disposizione, non ci rende più autorevoli, anzi, casomai evidenzia una nostra debolezza di argomenti.

Sottolineare come spesso sono le stesse donne a dipingere le altre donne nei termini più maschilisti possibili – e del resto, i figli qualcuno li deve pur averli cresciuti, così maschilisti.

Rammentargli che è sempre la donna a scegliere, a scegliere partner, a scegliere le modalità di vita in comune, a scegliere gli indirizzi da prendere e il nostro ruolo non è controbattere quelle scelte a bastonate, magari mandandole all’ospedale, quanto piuttosto quello di meritarle, quelle scelte; di essere noi, ogni mattina che ci alziamo, quell’uomo che è stato scelto e che ha motivato e rinforzato quelle decisioni.

Potrei fare tutto questo ed essere assunto nel mito. Pedagogicamente sarei una leggenda. In strada, orde di donne mi additerebbero dicendo “è lui, è lui! Cresce quel bambino nel pieno rispetto delle donne, ed è anche un bell’uomo”, investite da botte di calore inusitate alla mia sola vista.

Sarebbe tutto fighissimo.

E tuttavia, nessuna, dico, nessuna di queste bellissime chiacchiere servirebbe a nulla, se non lo guidassi a rispondere onestamente alla più vera domanda:

“e se un giorno le condizioni di vita, di famiglia, di lavoro, per qualunque motivo, portassero a dover decidere chi dei due deve fare un passo indietro per favorire l’avanzata dell’altro, sarò realmente pronto a mettermi in discussione?”

Perché, sapete, noi possiamo essere i femministi più femministi del mondo, a parole. Ma quando poi leggiamo sui giornali un articolo su una donna di spettacolo che viene testualmente descritta come “di sani principi” mentre afferma che, se accompagnata ad un uomo di potere, la donna “deve” farsi indietro, mettendosi alla sua ombra per dare luce a lui… e la cosa non ci dispiace nemmeno un po’, significa che tanto femministi e tanto rispettosi, in realtà non lo siamo, ma nemmeno un po’.

NOTA: con fastidiosa onestà intellettuale (qualità tanto bella ed apprezzata quanto tremendamente scomoda per chi se la accolla), voglio rispondere io per primo, a quella domanda. Se capitasse, sarei pronto a mettermi in discussione? La risposta è: non lo so. Non ne ho idea. Sarebbe un salto evolutivo epocale per il quale nulla, né la mia persona, né la mia educazione, né i messaggi del mondo circostante… nulla fornisce una adeguata preparazione. Non sono affatto sicuro che, a rinunciare alle mie posizioni, alla mia carriera, alla mia realtà, per favorire se necessario quella della mia compagna, non mi verrebbe una frustrazione da telefilm americano, in cui lui non accetta di essere la parte “debole” e finisce tutto sul TG delle 8 p.m..

Oppure scoprirei, come hanno fatto milioni di donne sino ad oggi, che quel lato lì non è il lato debole, che la debolezza è ben altra cosa.

Ad ogni modo, non lo so, anche e soprattutto perché nessuno, mentre crescevo, si poneva minimamente il dubbio che a rinunciare a qualcosa potesse essere lui, anziché lei. Ecco, io me lo pongo, il dubbio. E simpaticamente lo affibbio a mio figlio, affinché cresca e trovi lui la risposta.