Partenza

Passaporti diplomatici, libretti febbre gialla, biglietti, soldi, bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, chiavi delle valigie, figlio 1 e figlio 2.
Ok, c’è tutto. Il sonno poi, impera su tutti visto che sono le cinque del mattino.

Tre, i bagagli a mano da emigrante primi ‘900 col parmigiano, le marmellate, la mozzarella, i biscotti e le soppressate (in sottofondo Rino Gaetano canta “e partiva l’emigraanteeeee”).
Due, le macchine per portare gli emigranti e i salutanti all’aeroporto.

Una, la colazione veloce e carissima in aeroporto prima del tempo dei saluti e delle lacrime di mia madre (ci fossero state anche quelle di mio padre, avrei temuto una stima per eccesso da parte dei Maya) e ciao nonni, noi partiamo.
Primo controllo.
Passaporti diplomatici, libretti febbre gialla, biglietti, soldi, bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, chiavi delle valigie, figlio 1 e figlio 2.
Ok, ci siamo tutti.
Deve togliere il pc dalla valigia. Un attimo, tengo fermi i patati con le cosce e apro la valigia (che avevo avuto la furbizia di chiudere col lucchetto, si vede che non viaggio mai…), tiro fuori il pc, richiudo la valigia (senza lucchetto, ovvio), metal detector, aripigliate tutto, rimetti il pc nella valigia, arichiudila, col lucchetto perché sei de coccio. Il tutto con due nani di 7 anni in due, non a caso agli scout avevo la specialità di mani abili.
Bene, mi dirigo verso il gate, la prima tappa è Parigi.
Nani semi comatosi da sonno breve, speriamo che duri.

Eeeeeeeeee… anche no. Il volo parte con quasi un’ora di ritardo, quando c’è la fortuna c’è tutto. Quando aprono l’imbarco fanno passare prima le famiglie con bambini, graziesignoregrazie.
Saliamo: sistema bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, figlio 1 e figlio 2 e poi puoi appoggiare le tue poderose chiappe sul sedile, stretto, dell’aereo.
Ecco, ci siamo.
Primo aereo da sola.

Primo aereo da sola con loro.

Primo aereo per loro.

Chissà se avranno paura, se si stupiranno che l’aereo vola, che decolla, se decollo e atterraggio gli daran fastidio, se non vorranno stare seduti…
Col sottofondo delle mie seghe mentali, l’aereo nel frattempo decolla e i miei figli mi guardano con la faccia del “
ah, tutto qui?”.
Due ore pacifiche e serene, con qualche momento di panico quando patato grande ha visto che stavamo passando sopra le nuvole e mi ha chiesto se stavamo andando a trovare nonno e zia Giorgia… No, nano, quella di quelli che non ci sono più è una nuvoletta speciale (
Ecco, brava deficiente che per spiegargli il concetto di morte hai usato una nuvoletta, la classica stellina no eh?) e ti prego parliamo d’altro che non ce la faccio a spiegarti una cosa grande che ancora non capisco bene neanche io, come la morte. E poi magari porta anche un po’ sfiga.

Parigi, prima tappa, si scende.
Passaporti diplomatici, libretti febbre gialla, biglietti, soldi, bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, chiavi delle valigie, figlio 1 e figlio 2.
Continuiamo ad avere tutto, possiamo scendere.

Benvenuti alla prima tappa del non capisco un ciufolo di questa lingua tour! vabbeh dai, ma in fondo è una lingua neolatina e sai chiedere dov’è la toilette?, scusi dove sono le partenze?, un panino, grazie…insomma hai le nozioni fondamentali, peccato che non sai capire le risposte.
L’istinto dice alla fra di seguire delle suore di colore, sia mai siano ivoriane (ora, voglio dire, con tutti gli stati dell’Africa dove si parla francese, perché mai dovrebbero essere ivoriane? Boh, è che ogni tanto bisogna credere di avere
culo, ehm, fortuna, sia mai che lo spirito del mondo ti risponda) e dopo una fila a serpentone, passiamo al primo controllo, quello dei passaporti.
Chiaramente per tirarli fuori devi smontare il perfetto tetris umano che sei diventata e poi ricominciare l’appello.
Passaporti diplomatici, libretti febbre gialla, biglietti, soldi, bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, chiavi delle valigie, figlio 1 e figlio 2.
Mamma devo fare pipì.

Ecco. Hai paventato questo momento fin da quando ti sei resa conto che il primo viaggio lo avresti fatto da sola con loro, ed è giunto il momento della verità.

Toilette. Toilette delle donne, ovvio, ché gli unici volatili che ho visto oggi son quelli vicino all’aereo e vorrei rimanessero tali. Bene, nano piccolo, lo sai che quando siamo fuori casa la pipì si fa in piedi, no? Sì, lui lo sa, ma non ci arriva. Mentre lasci i bagagli con l’altro fuori dalla toilette, aperta, e con una gamba mantieni il contatto col figlio non diurens, mentre con la contorsione della spalla ad hoc tieni la borsa coi biglietti e i documenti (che se ci si fregano il parmigiano rode ma in fin dei conti anche chìssene, se ci rubano la borsa col resto voglio vedere come glielo spieghi ai francesi), mentre cerchi di fare in modo che la tua schiena non si spezzi di netto nel sostenere 15 kg di bambino piegato come una sdraio, il nano piccolo espleta le sue funzioni corporali effettuando un centro perfetto, sotto i tuoi occhi orgogliosi (l’essere madri ci rende orgogliose delle cose più idiote, si sa).
Aricontrollo passaporti. Riapri, maledicendoti, il lucchetto del bagaglio col pc, togli tutte le cose metalliche, i cellulari etc, fai scannerizzare te stessa e i nani e…
Passaporti diplomatici, libretti febbre gialla, biglietti, soldi, bagaglio a mano 1, bagaglio a mano 2, bagaglio a mano 3, borsa, chiavi delle valigie, figlio 1 e figlio 2.
Ok, ci siamo ancora tutti.

Ti incammini, con l’andatura da sherpa, con un borsone, due trolley, una borsa e due bambini, in cerca di un posto dove acquistare, ancora in euro, per fortuna, qualcosa di edibile per te e le creature. Prendi due mezze baguette con burro e prosciutto, la cosa più salutare che trovi, per i patati; per te prendi solo una coca, vuoi che i patati si mangino tutto quel trionfo di colesterolo? Chiaro che sì, ma lo scoprirai quando sarai già nella zona di imbarco e, nel riporre tutta la tua speranza nel cibo dell’aereo, ti accorgerai che stai messa decisamente male.
Nel frattempo scopri che veramente le suore sono ivoriane e faranno il viaggio con te e provi quella strana sensazione di gratitudine e sollievo che si prova ad andare in un posto decisamente sconosciuto e di conoscere già qualcuno. Come se il conoscere quelle suore, che nell’anno seguente non rivedrai mai più, ti rendesse tutto più facile, più accettabile, più “caldo”, umanamente parlando.
Sali sull’aereo, sistemi tutto il sistemabile, finalmente l’aereo decolla e dopo un po’ sazi la tua fame da muratore con qualcosa di indefinibile e informe.
Durante il viaggio benedici gli schermi con cartoni animati montati singolarmente sui sedili e i giochini che le hostess danno ai tuoi figli, così anche tu abbassi un po’ la guardia e dopo poco i patati crollano in un sonno profondo.
Ed è allora, solo allora, mentre l’aereo inizia a sorvolare un continente che conosci solo dai libri di scuola e sei ancora in quel limbo in cui non sei già lì dove stai andando ma non sei neanche più nel “lì” da cui provieni, che ti rendi conto.
È il momento in cui tutto prende forma.

È il momento con te stessa che non ti sei potuta e voluta prendere nei 3 mesi precedenti.

È il momento in cui ti rendi veramente conto di cosa stai lasciando: la tua casa, i tuoi genitori, la tua amatissima nonna, la tua gatta adorata, i tuoi amici vecchi e nuovi, la tua quotidianità, la tua capacità di espressione, la tua facilità di interagire.

È il momento che hai evitato per paura che ti mancasse il coraggio di salire su quell’aereo e dare in pegno i prossimi quattro anni della tua vita per un futuro migliore per i tuoi figli.

È il momento in cui ti interroghi e sai che di risposte non ne hai.

È il momento in cui provi ad immaginare ciò che hai solo visto tramite le foto fatte dal marito o attraverso i suoi racconti.

È il momento in cui ti giri e vedi i tuoi figli che dormono, ancora ignari di quanto anche la loro vita stia per cambiare e ti auguri che la vivano come un lungo gioco, assaporandola a fondo.
E poi arriva il momento in cui, come una rivelazione, ti rendi conto che stai andando a casa.
Perché la casa è dove siete insieme, come sempre. Perché quella che hai lasciato in Italia sono quattro mura che hanno smesso di essere “casa” quando hai messo le prime cornici con le vostre foto in uno dei 150 scatoloni in cui avete chiuso la vostra vita per ricrearla altrove.

Ed è in quell’istante che ti accorgi, stupendotene, che l’espressione che prende il tuo viso è il sorriso e non le lacrime.

Sto andando a casa.
E lo penserai anche quando vedrai, nel buio, avvicinarsi tutte le luci di una città di cui sai solo il nome.

E ne avrai la certezza quando abbraccerai, dopo un mese e mezzo di lontananza, finalmente, tuo marito.
Quando vi guarderete e vi direte, semplicemente:
siamo a casa.