Per cambiare ci vogliono le mamme

Lunedì scorso verso le 17:50, mentre facevo i compiti con Elisa e sorvegliavo i giochi di Sofia e del suo amichetto Ale, nulla mi faceva pensare che la serata sarebbe stata diversa dal solito, e vi dirò che mi ero già infilata mentalmente il pigiama, quando mi chiama il socio di mio marito, nonché nostro caro amico, proponendomi una sciccosissima serata al Clubino, noto ed elitario club milanese per soli uomini (tranne in occasione di eventi o cene), a patto che io riesca a rendermi presentabile e a presentarmi in via degli Omenoni entro le 18:50.

Mentre il mio amico sembrerebbe quasi scusarsi perché mi sta invitando (su consiglio di mio marito che mi conosce bene) ad una noiosa serata di “dibattito di attualità” e non ad un frizzante concerto di violoncello, il mio interesse comincia ad accendersi e comincio a valutare la possibilità di vincere la pigrizia e vestirmi e truccarmi per la seconda volta nella stessa giornata.
Quando apprendo che il tema del dibattito è “Giovani e donne in Italia: tanta famiglia ma poco lavoro”, ho preso la mia decisione: devo farmi le unghie, depilarmi (q.b.), vestirmi, truccarmi, ficcare in testa a Elisa il verbo avere in inglese, preparare la cena, uscire e arrivare in centro in 1 ora esatta. Ce la posso fare.

Mentre messaggio come una liceale a tre persone contemporaneamente (1 – mio marito per dirgli di essere a casa alle 18:30; 2 – mia sorella per chiedergli di venire a tenere le bambine, visto che mio marito non arriverà mai alle 18:30; 3 – la mamma dell’amichetto di Sofia per comunicarle che lascerò suo figlio con la prima persona disponibile, di non preoccuparsi) sto per entrare nella doccia, quando realizzo all’ultimo secondo che sto per buttare all’aria una piega del parrucchiere che ha quasi 3 giorni, ma che è l’unica cosa che mi può salvare da un ritardo imperdonabile (le ricce-crespe-incasinate come me sanno di cosa parlo…). Con qualche spazzolata energica archivio la questione capelli e mi dedico alla manicure.
Non so perché io abbia deciso che non sarei potuta uscire di casa senza essermi messa lo smalto (forse perché avendo la pessima abitudine di mangiucchiarmi le pellicine considero le mani il mio punto debole), ma è ovviamente stato un errore fatale per la tempistica e non sto nemmeno a dirvi perché… Gli infiniti 4 minuti che ho concesso all’asciugatura delle unghie fresche di pittura sono comunque serviti per fare con Elisa una prova della verifica di inglese, per cui in fin dei conti è andata bene così.

Avendo incautamente lasciato i piccoli Sofia+Ale davanti alla tv per il tempo di unghie+inglese, mi ritrovo Sofia addormentata nel bel mezzo di una puntata di Jake e i pirati dei caraibi, con il suo amico che la guarda russare a bocca aperta sbalordito e vagamente offeso.
Ora… mi dispiace per Ale, ma il fatto che Sofia dormisse mentre io mi preparavo è stato del tutto un bene, in quanto Lei è solita mettermi in difficoltà (e quindi farmi perdere secondi preziosi) ogni volta che mi vede truccarmi. Si mette a lato dello specchio, specialmente quando sono in ritardo, e, con l’aria sufficiente e accusatoria (almeno io la percepisco così) di una femminista incallita, mi domanda: “mamma, perché ti trucchi?”.
Non mi chiede cosa faccio o come faccio, o cos’è quella cosa che mi metto in faccia o, ancora, a cosa serve: lei mi chiede PERCHÉ.
Provate voi a rispondere (target: una bambina di 5 anni) senza dire cose stupide o che non portino immediatamente ad una domanda successiva, ancora più impossibile o imbarazzante.

Faccio qualche esempio (R. risposta, D.I. domanda impossibile):

R. Perché mi sento più bella D.I. Perché, sei brutta?

R. Perché mi sento più sicura D.I. Cosa vuol dire sicura? Perché di cosa hai paura?

R. Per piacere di più a papà – D.I. Perché non gli piaci quando non ti trucchi? Quindi di notte non gli piaci?

L’unica cosa che potrei rispondere in modo quasi indolore è che mi trucco perché ho i brufoli. Tuttavia temo che comincerebbe a stoccacciarmi la faccia con le sue manine appiccicose in cerca dei brufoli (veri o presunti) e vanificherebbe i miei, già poco efficaci, sforzi cosmetici.
Per questi motivi ho deciso che “perché ti trucchi” è una delle pochissime domande alla quale mi concederò di rispondere “perché si”. E ho deciso anche che non sarà una cinquenne dagli occhi di cerbiatta, la carnagione dorata e i capelli di un colore indefinito tra il biondo scuro e il castano chiaro con riflessi caramello, a separarmi dal mio beauty case.

Tornando alla mia corsa contro il tempo e verso il Clubino: sono riuscita ad uscire di casa alle 7 meno 20, ho camminato per 1km per raggiungere la Smart del car2go più vicina, ho fatto come sempre un salto di mezzo metro quando la Smart ha tuonato col suo “Salve!”, ho girato come una trottola per trovare un qualsiasi buco dove infilare quel topo di macchina e (chi l’avrebbe mai detto) sono arrivata in ritardo. Dovevo portare un ombrello. Al di là del fatto che pioveva, potevo provare a volarci come Mary Poppins: sarei arrivata in tempo e gratis.

Ma parliamo della serata e del motivo per cui ho pensato di raccontarla.

Il programma prevedeva l’intervento dell’ex ministra Fornero che ha parlato, su richiesta dei presenti, più di lavoro e disoccupazione in generale che di giovani, donne e famiglia, ma ci sta.

Non voglio raccontare, e non sarei nemmeno in grado, tutto quello che è stato detto sulle sue riforme e sul fatto che alla fine, gira e rigira, il problema è sempre la nostra vergognosa classe politica.

Voglio invece riportare un esempio che mi ha colpito, sia per come è stato raccontato (la Fornero spiega bene, si sente che è una prof…), sia perché si rifà ad un problema sul quale rifletto spesso e che in quest’occasione è stato citato tra i principali ostacoli al benessere del nostro paese.

La prof. ha parlato di un campo di gladioli (mi sembra, ma io in botanica faccio schifo) che ha visto poco fuori Monaco di Baviera.
Ai bordi del campo, non recintato, era stata posizionata una piccola cassetta con un cartello che invitava i passanti ad acquistare, se lo desideravano, i gladioli, inserendo un euro per ciascun fiore. I possessori del terreno avevano messo a disposizione un paio di forbici per permettere agli acquirenti di tagliare da soli il proprio mazzetto.

Mentre la fantasia del pubblico già si portava avanti nel brusio generale, la Fornero ha elencato alcuni possibili scenari: cosa accadrebbe se un campo di gladioli così venisse messo alle porte di Milano odi una qualsiasi città italiana?

Di certo nessuno si aspetta che il 98% dei gladioli presi venga regolarmente pagato come accade in Germania… (E vabbeh… quelli son tedeschi!!!), ma, diceva la Fornero, ancor prima che qualcuno arrivi nella notte con un camion e si porti via tutti i gladioli per rivenderli al mercato al mattino, o che qualcun altro scassini la cassetta coi guadagni, è probabile che arriverà un vigile a far presente che assolutamente non è permesso lasciare un paio di forbici a disposizione dei passanti, “che poi se qualcuno si fa male chi risponde??

Eh si. Ha ragione, andrebbe proprio così.

Al senso di responsabilità civile che altri hanno e che a noi manca io penso spesso. Forse perché vado da tanti anni in vacanza in Svizzera (dove può capitare di pagare anche una stanza d’hotel infilando l’importo in una cassetta lasciata alla mercé degli ospiti), o forse perché ho un papà un po’ tedesco nell’animo che molto soffre della furberia dei suoi connazionali e che mi ha insegnato una lealtà e un’affezione alle regole poco italiana.

L’intervento dell’altra sera ha risvegliato in me questa consapevolezza e, di conseguenza, alcune domande: “Quindi come facciamo? Se abbiamo un problema culturale diffuso chi ci cambierà?

Più ci penso più credo che noi mamme possiamo fare molto per cambiare le cose, avendo noi in mano il più grande dei poteri: l’educazione dei nostri figli, della generazione futura.
Così ho pensato a come anche i bravi bambini (e per prime le mie figlie) MAI oserebbero strappare un fiore da una pianta al parco o buttare una carta per strada, ma magari si porterebbero a casa un pupazzetto, un gadget o un pacchetto di figurine dimenticato su una panchina. Già perché siamo diventati tutti green, ma civili e altruisti ancora no.

Certo, la tentazione di dirgli “mah si… portartelo a casa, tanto il prossimo che passa se lo prende comunque” c’è. E’ un ragionamento che già a 5 o 6 anni sono in grado di fare da soli: non ci sono speranze che il bambino che l’ha perso lo ritrovi, quindi tanto vale che lo prenda io.

Eppure, secondo me, vale la pena di dire no: vale la pena di spiegare ai nostri figli che il prossimo bimbo che passa sbaglierà, se ritiene, ma che lui/lei sta facendo la cosa giusta.

E vale la pena insistere fino al giorno in cui il bambino distratto avrà il 98% di probabilità di ritrovare il suo pupazzo sulla panchina dove l’aveva scordato.

Maia

Photo credit: http://66squarefeet.blogspot.it/2010/06/flowers-of-eastern-free-state.html