Quando PMA sta per Problematiche Maschili di Accettazione

La PMA è un percorso medico, ma anche un percorso di coppia fatto di accettazione e ricerca di un’emozione comune tra due persone con sentimenti diversi che si trovano ad affrontare una strada più dura del previsto…

Qui troverete il secondo capitolo del Percorso di Camilla, che ancora una volta ci ha voluto raccontare un pezzo della sua difficile storia.

Ecco la prima parte della suo racconto

“La cosa che forum, Google o libri non ti insegnano è che il centro per l’infertilità di coppia all’interno dell’ospedale è a fianco al centro maternità e ostetricia. Non ci sono libri che ti spiegano di stare attenta e che mentre pensi di raggiungere la sala d’aspetto dove sei stata altre tre/quattro volte, ti perdi e finisci nel corridoio delle degenze dove fuori dalle porte ci sono palloncini, intravedi fiori e scritte tipo: “Benvenuto Mattia!”. Lì lo sconforto è forte perché sembra di ricevere una sberla dal destino che ti sottolinea che quello lì NON è il tuo posto.

Bene quel giorno successe proprio quello, sbagliai strada ma alla sberla del destino mi limitai a guardare Giovanni e fargli un bel sorrisone. Lui lo ricambiò.

Arrivata nella sala d’aspetto dell’Ospedale di Ferrara, avevo una cartellina in mano con tutti i nostri ultimi esami e referti e aspettavo il mio turno. Quel giorno anche Giovanni era venuto con me, dovevamo incontrare la mia speciale dottoressa per intraprendere il percorso di PMA (procreazione medicalmente assistita), riuscire a portarlo con me non era stata cosa semplice.

Un uomo vive la ricerca di una gravidanza, fino al doversi imbattere contro il muro dell’infertilità, con emozioni e sensazioni diverse da quelle che prova dentro una donna. Siamo diversi, abbiamo istinti differenti e purtroppo non sempre ci capiamo.

La cosa importante che mi ha aiutato è stata la diagnosi precoce: ho aspettato un anno esatto di ricerca e rapporti mirati e poi ho deciso di iniziare a fare dei controlli, prima su di me, senza fretta e senza ansie, ma una routine di esami che consiglio a chiunque è nella mia stessa situazione. Dico senza ansie ma la tensione all’interno della mia coppia si sentiva molto e non sono stati momenti facili.

Io e Giovanni siamo molto giovani e pensare di fare certi controlli era qualcosa che inizialmente ci imbarazzava molto, a me relativamente ma lui si sentiva molto sotto pressione e teso dalla situazione stessa.

Credo di essere diventata una mamma in quel momento. Avevo per le mani una creatura così tenera da dover custodire e aiutare a crescere e allo stesso tempo un rapporto che era nel bel mezzo di una tempesta. Cercavo di soffocare i miei momenti di sconforto per lasciare spazio a grandi sorrisi per non turbare ancora di più il mio compagno; avevo capito che lui non amava parlare di gravidanza e di bambini, si era come chiuso a riccio e io lo assecondavo, non gli chiedevo nulla e il più delle volte evitavo di parlare del nostro futuro a tre.

Sapevamo entrambi che era il nostro desiderio ma lui preferiva non confrontarsi con me, non me l’aveva mai detto ma sapevo che era così.

Questo mi faceva stare male, ma che gioia quando mi accorgevo che per strada guardava una carrozzina o che si girava di fronte a una vetrina di negozi per bambini. Trovavo lì la mia serenità e per quanto fosse difficile tenere nascoste le mie naturali emozioni, come lo smarrimento davanti all’ennesimo ciclo arrivato puntualissimo o le lacrime di gioia/dolore quando una parente ci annunciava un’altra gravidanza.. ma andava bene così, trattenere le mie emozioni serviva alla sua serenità ed era la cosa migliore che potessi fare. Certe cose si sentono a pelle ed era inspiegabile questa mia forza di protezione nei confronti di Giovanni. Dopo circa sei mesi di controlli sul mio corpo, scoprimmo che il nostro problema era una infertilità maschile, non era impossibile rimanere incinta naturalmente, ma molto molto faticoso.

Nella sala d’aspetto c’erano due coppie musulmane, o almeno i loro tratti somatici mi facevano capire quello, e due ragazzi sotto i trent’anni esattamente di fronte a noi. Ci si guardava e ci si sorrideva a distanza mentre il pensiero si interrogava sui problemi degli uni e degli altri. Il silenzio era quasi invadente. Giovanni era tesissimo e guardava le applicazioni sull’Iphone per far passare più velocemente il tempo, un quarto d’ora era per noi un’eternità. Io riflettevo sull’attesa, metaforicamente pensavo che era la costante principale di questo capitolo della mia vita, aspettare aspettare e aspettare, per tutte le cose veramente significative io dovevo aspettare. Quando chiamarono il mio nome, entrammo nell’ambulatorio. Era freddo di arredamento come ogni stanza dell’ospedale, ma era vivo. Lo sentivo caldo all’interno e mi immaginavo quanto fosse pieno  di speranze e sogni esauditi. Ero decisamente nel posto giusto.

Credo che queste sensazioni non fossero le stesse che attanagliavano Giovanni. Lui si sentiva spaesato e ancora non sapevo che di lì a poco tutti quei nostri silenzi di coppia e quelle emozioni che soffocavo da un po’ sarebbero esplose come una bomba in campo aperto.

Appena ci sedemmo, due dottoresse molto giovani, nessuna di loro era la mia ginecologa, iniziarono a chiederci tutti i nostri passati referti e iniziarono una serie di domande che ci lasciarono da subito incerti.

“Quanto pesi?”, “Prendi dei farmaci?”, “Mai subito operazioni chirurgiche?”, “Tiroide ok? E Diabetici in famiglia?”

Loro iniziarono a compilare dei fogli e ci chiesero anche i nostri documenti di identità, guardai Giovanni e mi resi conto che era completamente in panico. Anche io mi stavo agitando e a fatica trattenevo le mie emozioni. Pensavo di andare a questo incontro e avere informazioni a riguardo della PMA, avevo studiato su internet le varie fasi, il percorso da fare e quant’altro, ma pensavo si chiacchierasse sulla fecondazione assistita. Pensavo rispondessero ai nostri quesiti, ero io quella che aveva delle domande. Ma perché ci stavano facendo compilare questi fogli? E il documento a cosa serve?

Giovanni ruppe il silenzio chiedendo spiegazioni.

Le due giovani dottoresse ci dissero che era la prassi per chi decide di iniziare questo percorso, che credevano che era quello che volevamo fare e che forse era meglio chiamare la mia dottoressa speciale perché non era chiaro il motivo per cui eravamo lì.

Il motivo a me era chiarissimo, eravamo lì per prendere la cognizione reale della situazione, per prendere informazioni in merito e sapere quando incominciare. Quando la mia dottoressa speciale entrò nella stanza portò tutta la luce e il colore che fino ad un secondo prima avevo perso. Lei è speciale veramente, si chiama S. ed è molto importante in questa fase della mia vita.

La conobbi per caso, cercavo una nuova ginecologa e lei me la consigliò una cugina, così decisi di tentare e instaurammo subito uno splendido rapporto, complice e leale. Lei mi capiva come nessun altro ed io mi sentivo in buone mani. Riuscire ad avere questo legame con il proprio medico è qualcosa di unico e specialmente in situazioni problematiche è qualcosa di indispensabile. Io sono stata fortunata.

Entrò nella stanza, si sedette in mezzo alle due dottoresse e iniziò il mio grande disagio.

Giovanni disse una frase che penso mai mi dimenticherò.

Perché stiamo firmando questi fogli? Cosa serve il mio documento? Pensavo fossimo qua per parlare. Premetto dicendo che io oggi non sarei mai voluto venire e che vorrei essere ovunque piuttosto che qua.

Io sentì tremare il cuore. Non potevo credere a quello che stavo sentendo. Non vorrei essere qua? Ma come? Non parliamo mai di famiglia ma è quello che vogliamo entrambi, me l’ha detto più volte e gli dispiace quando ogni mese mi viene il ciclo. Che storia è mai questa?

I miei pensieri rimasero in silenzio, iniziai a piangere, ma non era molto evidente. Cercavo di nascondermi lo sguardo, avevo gli occhi rivolti verso il basso e mi limitavo ad ascoltare la conversazione dalla quale scelsi appositamente di rimane fuori.

“Questi fogli ci servono come prassi e adesso ti spiego come funziona la Procreazione Medicalmente Assistita”. Disse con estrema dolcezza la mia dottoressa speciale.

Iniziarono a parlarsi, gli spiegò che essendo così giovani ci consigliava di fare un ciclo di tre tentativi di fecondazione intrauterina, che avrei dovuto seguire una cura ormonale per essere nel pieno della mia fertilità, e di come il rapporto sessuale venga momentaneamente in secondo piano lasciando spazio a questa canula che avrebbe dato più possibilità alla coppia di ottenere la fecondazione.

Io mi sentivo piccola lì vicino a loro, indifesa e tutta la mia corazza che con bravura avevo tenuto con me, la stavo perdendo. Le emozioni che avevo trattenuto fino a quel momento stavano venendo fuori in goccioloni di lacrime che silenziosamente stavano ricoprendo il mio viso.

La dottoressa spiegò a Giovanni che come una donna vive questa ricerca è ben diverso da quello che poteva provare lui. Gli spiegò che la mestruazione era vissuta come un vero e proprio lutto e mentre gli sorrideva vedevo che lui stava tornando con i piedi per terra, aveva davvero capito che il mio assecondare i suoi silenzi era stato pura generosità. Lei azzardò anche dire che siccome io ero sana, era plausibile e corretto dalla sua parte fare qualcosa per venirmi incontro, anche perché sarei stata io stessa a dover fare il “lavoro” maggiore, tra punture nella pancia ed ecografie quasi quotidiane.

Ci lasciò i fogli, ci disse di firmarli e riportali nel caso fosse positivo il nostro approccio verso la PMA. Lei mi sorrise e uscimmo dall’ambulatorio.

Il percorso alla macchina nel parcheggio fu silenzioso, entrambi stavamo riflettendo e anche il ritorno verso casa fu molto taciturno. A casa mi prese le mani e mi disse di volere una famiglia con me, che non poteva esistere cosa più bella che una donna che ti chiede un figlio e che si sentiva un uomo fortunato. Mi ha chiesto di dargli tempo, l’ultimo periodo per realizzare che veramente l’infertilità ci stava fermando ad un bivio. Io scelsi di darglielo, non era tempo perso era tempo che a lui serviva per trovare coraggio nell’affrontare questa strada. Per sentirsi più uomo.

La fecondazione assistita, a parer mio, necessità di tanta consapevolezza. Devi spogliarti a nudo, affidarti a persone competenti e con la massima serenità aspettare che la natura faccia il suo corso. Dico “natura” perché non posso pensare che nel 2016 ci sia ancora qualcuno contrario a certe pratiche e che le chiami innaturali o artificiali. Al nostro destino dobbiamo andare incontro, assecondarlo e fare tutto quello che ci è possibile per riuscire a coronare il sogno di diventare madri. Noi mamme lo siamo già dentro ed è innaturale pensare di dover rinunciare solo perché il pensiero comune ci impone un determinato stile di vita.

Auguro a tutte le mamme di cuore di riuscire a trovare la loro serenità, la strada è dura e in salita ma insieme ce la possiamo fare.

 

Camilla