La privacy dei figli vale solo per le foto?

Il web è frequentato da un sacco di gente che, pur avendo l’abitudine di postare racconti, aneddoti e dialoghi riguardanti i propri figli, preferisce non condividere foto in cui sia riconoscibile il viso dei bambini.

È un punto di vista che rispetto, ma che non sono mai riuscita a capire fino in fondo. Fatte salve le più elementari norme di privacy e buon senso – mai pubblicare foto di bambini nudi, mai diffondere in rete immagini da cui si possa risalire all’indirizzo di casa o di scuola, mai geolocalizzare gli scatti che rimandano a luoghi frequentati nel quotidiano – trovo personalmente un po’ contraddittorio preoccuparsi di tutelare solo l’immagine dei propri figli, senza invece farsi scrupoli nel raccontarne pubblicamente parole, abitudini, preferenze, gusti alimentari e via dicendo.

Come se il diritto alla riservatezza riguardasse, appunto, solo le fotografie che li ritraggono. Come se darne in pasto agli estranei la vita – in un blog, o su un profilo di Facebook – non rappresentasse comunque una violazione della privacy nei confronti di un figlio piccolo che non ci ha mai autorizzato a parlare di lui (di quello che fa, di quello che dice, di quello che ama e di quello che detesta, delle sue idiosincrasie e delle sue attitudini) in rete.

Personalmente, al contrario, trovo che sia altrettanto discutibile condividere online la vita interiore dei proprio figli, il loro quotidiano, i loro pensieri. Un problema non da poco, per chi ha deciso di raccontarsi in un blog, poi sui social, e infine in un libro. Scrivere della mia maternità è stata per me una scelta inevitabile. Doverosa, oserei dire. Un’urgenza insopprimibile, che in più di qualche momento è stata e rimane l’unica cura possibile alla solitudine dilaniante. Non avrei saputo farne a meno, o forse sì, ma con molta frustrazione.

Però, finché i miei figli sono stati piccolissimi, lo facevo raccontando il mio punto di vista. Rivelando i miei sentimenti, le mie personali reazioni alle parole e ai comportamenti di Davide e Flavia.

Era di me, che parlava il blog.

Della mia esperienza di madre.

Della mia vita (insieme ai miei figli).

Adesso è più difficile. Adesso che loro parlano, scelgono, commentano, il rischio è di finire col raccontare di loro, più che di me. Che è una cosa che, forse, non ho il diritto di fare. Per questo cerco di spostare il punto di vista su di me.

Di non parlare troppo “di loro”, ma di quello che io sento per loro. Qualche volta ci riesco, mi pare. Qualche volta no.

In ogni caso mi sento meno a disagio, ora come in passato, a postare uno scatto che a citare un dialogo tra virgolette. Ma forse sono rimasta l’unica, in questa società fotografica, a pensarla in questo modo.