Quando il Nonno era bambino

Un’altra puntata dei racconti del Nonno, che ci porta in un’altra epoca, quando la vita era diversa

LA CASCINA DELL’INGENIERE A CARNEY NEL COMUNE DI VIDRACCO

Oggi lasciate che sia felice,
io e basta,
con o senza tutti,
esser felice con l’erba e la sabbia
esser felice con l’aria e la terra
esser felice con te…

(Da “Oda al dia feliz” di Pablo Neruda)

Questa mattina, 22dicembre 2016, ho rivisto la cascina dell’ingegnere.
Fino a qualche giorno fa la cascina era completamente scomparsa.
Una fitta vegetazione la copriva alla vista: alberi enormi, cespugli e rovi, che erano cresciuti nel corso di tanti anni, l’avevano imbrigliata in una scatola verde. Qualche frassino era cresciuto anche all’interno della casa , sfondando il tetto e estendendo le sue braccia fuori dalle finestre.
La casa è ricomparsa come la ricordavo nella mia giovinezza in regione Carney, spuntata come un fungo, all’improvviso, lasciandomi stupefatto.
Mi hanno raccontato che degli Americani hanno intenzione di rimetterla in ordine, per cui hanno cominciato col far tagliare le piante che si sono impadronite del caseggiato e dell’ampio terreno che lo circonda.

La vista della cascina dell’ingegnere, così la chiamavamo allora, ha fatto rinascere in me tanti ricordi, di un tempo ormai scomparso, di un mondo che non esiste più, di un’epoca per me magica, perchè legata alla fanciullezza e alla prima adolescenza.
In quell’epoca, siamo nei primi anni sessanta, una famiglia molto numerosa aveva affittato dall’ingegner Caretti, sindaco di Vidracco, la cascina di Carney con annessi prati , bosco e laghetto.
Erano i Perego: lui dirigente Olivetti, lei mamma di otto o nove figli di tutte le età, da mie coetanei a poppanti in fasce.
Quanti ricordi sono riaffiorati nella mia mente!
Ci andavo spesso, talvolta da solo, talvolta con il mio amico Tonino, lì era sempre festa.

Quando cominciavano le vacanze estive, tutti i Perego arrivavano in massa da Ivrea e colonizzavano le varie stanze del cascinale ed il territorio circostante.
Stefano si trasferiva sulla torretta , nessuno ci poteva entrare senza il suo permesso, la torre apparteneva a lui e a lui solo. Sulla parte più alta aveva la branda in cui dormiva la notte. In un angolo della stessa stanza giaceva impilata una raccolta di giornalini che costituiva il suo tesoro privato. Passavamo il pomeriggio giocando o, talvolta, distesi sui letti a leggere fumetti o a raccontarci storie.
Non ricordo tutti i nomi dei miei compagni di giochi, anche perché da allora non li ho più rivisti. So che cercavamo di sfuggire i più piccoli che volevano giocare con noi e ci infastidivano.
Talvolta i giochi si facevano pericolosi, come quando andavamo al laghetto e salivamo su una barca , che faceva acqua da tutte le parti, per pescare le carpe.
Naturalmente era “proibitissimo” andare al laghetto, ma proprio per questo il gioco diventava più affascinante e avventuroso.
Se riuscivamo a pescare qualche pesce , lo cucinavamo su una losa e lo mangiavamo con le mani, sempre un po’sporche, sputacchiando qua e là le spine.
Le ragazze a me piacevano tutte, ma avevo una simpatia particolare per Cinzia che era forse la prima di tutta la truppa: mi piaceva stare con lei a chiacchierare, a leggere insieme qualche fumetto, a preparare i panini per la merenda.

Qualche volta rimediavo anche qualche bacetto che mi rendeva orgoglioso e felice e dimostrava che anch’io piacevo a lei.
Ma le ore passavano veloci e venivano subito le sette, l’ora in cui mia madre voleva che fossi in casa per la cena .

Il distacco era una pena, quasi un dolore fisico. La signora Perego, prima di congedarmi, mi regalava una moneta, qualche volta un cinqucento lire d’ argento: quasi volesse pagarmi per aver giocato con i suoi figli.
Non so per quanti anni ho frequentato la cascina dell’ingegnere, non ricordo quando i Perego lasciarono Vidracco.

Sicuramente sono stato felice in loro compagnia.

 

Lorenzo Bertoldo