Uomini responsabili o caporali?

La responsabilità genitoriale non finisce nella semplice educazione basica, ma si ritrova negli esempi che forniamo ai nostri figli nell’affrontare imprevisti e situazioni quotidiane

Ho girato intorno a questo post sulla responsabilità genitoriale per settimane. Scritto e cancellato, cancellato e scritto, ripetutamente.
Sarà per il valore della parola. Sarà che sono non tanto arrabbiata quanto delusa. Non lo so.

Vi racconto una cosa che ho vissuto. Lo preferisco. Un episodio che mi ha fatto riflettere molto sul senso di responsabilità e su tutte le sue ricadute sia come genitori che come adulti.

Da fine dicembre in classe dello spartano (che sarebbe il mio secondo ndr.) piove.
Un’infiltrazione che le maestre hanno prontamente segnalato alla fiduciaria che ha prontamente segnalato alla Dirigente che ha scritto al nostro caro Sindaco affinché, dopo necessario sopralluogo, venissero fatti i necessari lavori.
Traduco piove per voi che non siete entrati in classe: in un angolo della stanza, quello all’ingresso, sulla destra, cadono delle gocce dovute alla rottura della guaina del tetto. L’acqua ha lentamente staccato l’intonaco e l’umidità è diventata muffa.
L’odore è forte. Il problema c’è.
Nel weekend, o durante le vacanza, l’acqua piovana riempie i secchi.
Viene chiesto l’intervento della rappresentante (cioè io), che lesta, durante una riunione di lavoro, ricorda la situazione della classe e passa le foto del danno al Sindaco e all’Assessore. Tempo una settimana si effettua una prima riparazione.
Siamo a gennaio.
Nel frattempo, nel gruppo whatsapp della classe partono i campanelli d’allarme.
Piove in classe!
I bambini, oh mio Dio, i bambini!
Ragazzi, tranquilli. Il muratore è andato. È stata messa una toppa. Non piove più.
Poi passa febbraio.
Poi marzo.
Temporali. Nevicate.
Piove di nuovo in classe.
Le maestre mi dicono che si è riattivato il solito tam tam scuola/istituzione. Io informo i genitori della situazione e prendo di nuovo contatto con l’Assessore che, tempo due giorni, viene con me a vedere di persona la situazione. Si decide di spostare i bambini momentaneamente (momentaneamente… sottolineo) nell’unica stanza disponibile in attesa di un paio di belle giornate di sole in cui effettuare i lavori. Arriva la risposta formale della presa visione della situazione e della volontà di intervenire il prima possibile.

RESPONSABILITA’.

Siamo tutti d’accordo che l’iter è stato corretto? Sì.
Voi genitori siete stati informati? Sì.
I bambini sono “momentaneamente” ricollocati in ambiente non idilliaco ma idoneo?
È stato fatto un affido per la manutenzione del tetto e la sistemazione della guaina? Sì.
I bambini sono sereni? Le maestre sono serene? Siamo tutti sereni?
No.
Le mamme no.
Anzi: non le mamme, alcune mamme.
Alcune mamme hanno intasato il gruppo whatsapp con richieste al limite dell’umana comprensione.
Io andrò. (a fare confusione)
Io farò. (irritare tutti)
Io credo. (di essere migliore di tutti e soprattutto di te)
Io penso. (di usare questa situazione contro qualcuno)

E bla bla bla, bla bla bla, bla bla bla.

Mi chiedete un post sulla responsabilità. Ecco la prova vivente di come siamo quotidianamente degli irresponsabili pieni di boria e spocchia.
Di come guardiamo al dito e non alla luna.
Di come mettiamo le nostre battaglie personali davanti all’interesse della collettività.

La situazione era in via di soluzione, eppure non c’è stato giorno che una delle due mamme che più avevano da ridire sulla situazione non lasciasse il proprio commento al limite della violenza verbale sulla chat del nostro gruppo di genitori.
Istigando azioni di classe. Fomentando gli animi. Agendo sul singolo fuori dalla scuola. Raccontando versioni ad personam e prive di fondamento.
Per cosa?
Non lo so. Non ho saputo darmi una spiegazione.
L’Assessore, sant’uomo che ho stalkerato per una decina di giorni, ha promesso di risolvere la cosa e l’ha risolta. I muratori sono arrivati. I bambini sono sopravvissuti. La classe ripulita.
Le maestre hanno alzato un muro fra noi e loro stanche di essere continuamente messe in discussione per la scelta di spostare, (ripeto) momentaneamente, i bambini in una classe un metro quadro più piccola definita “bunker” dalle solite detrattrici.

Responsabilità.
Insegnare ad un figlio che a volte si deve adattare.
Responsabilità.
Insegnare ad un figlio che a volte bisogna aspettare per avere risultati.
Responsabilità.
Insegnare ad un figlio ad avere rispetto dei ruoli: la maestra, la rappresentante, le altre mamme, i propri compagni, il Sindaco e pure i sette nani. Rispetto.
Responsabilità.
Insegnare ad un figlio che ci sono tanti tipi di problemi ed altrettante soluzioni. È solo una questione di organizzazione.
Responsabilità.
Insegnare ad un figlio le priorità.

Pioveva. Non piove più.
Mio figlio è stato in una classe più stretta ma di contro andavano a fare la pausa di fuori o in palestra, e il cambiamento è sempre bello.
Ma io non dimenticherò.
Il livore. L’astio. Le prese di posizione. Quell’IO egoista che non ha risolto nulla, anzi, ha solo creato un fastidioso rumore di sottofondo nell’animo. IO vado. Io faccio. Io penso. Chi sta con me?
Io no.

Non so come saranno i miei figli nel futuro. La mia grande, di sedici anni è una piccola donna straordinaria ma i suoi fratelli sono un universo tutto ancora da scoprire e da esplorare.
Di certo ho un idea di come saranno i figli dei quei genitori urlanti e gementi “ohmiodiononcidormodinotte” “iologiurosudiononlomandopiùascuola” “noncapiscoperchènonfannoilavorianchesepiove” “iononhomicamaniediprotagonismolohadettolamaestra”.

E sapete, ho paura.