Ricordi d’infanzia, tra nonni e giornate felici

I ricordi d’infanzia sono un tassello preziosissimo del nostro diventare adulti, di ciò che ci ha segnato e che ci ha fatto diventare grandi

Nel soggiorno della nonna Angela, nello stipetto della credenza c’era una scatola con le zollette di zucchero. Ed io le rubavo sempre.
Il suo balcone era pieno di felci e c’era un divanetto e delle sedie in vimini; dal suo balcone se ti sporgevi verso sinistra vedevi viale della Libertà, la strada più elegante della mia città.
Aveva il mio stesso sorriso, la nonna Angela, almeno io mi ci rivedo. Era bella ed elegante e dolcissima. L’unico ricordo vivido è di lei che ride insieme al nonno Giovanni di una mia imitazione del nonno senza denti. Non il suono, è come un film muto: le teste che vanno un po’ indietro e le bocche sorridenti, lì tra le felci del balcone.
Faceva il sugo la domenica mattina. E noi, cinque nipoti, quattro figli maschi e quattro nuore, che dormivamo tutti a casa sua il sabato sera, ci svegliavamo così. Con quel profumo. E la promessa di un pezzo di pane caldo che fa la scarpetta in quel sugo lì.

Mi sono chiusa le dita nella porta del bagno una volta. E lei mi ha preso la mano per medicarmi.

Doveva andare in ospedale e io e le mie cugine le stavamo attaccate alla gonna del vestito chiedendole di non andare.

Un venerdì pomeriggio eravamo sul lettone e c’era anche nonno Giovanni e io parlavo e parlavo, mi alzavo solo per andare a rubacchiare dal frigo. Lei faceva finta di non accorgersene.

Nonno Giovanni io me lo ricordo senza denti, prima che ride e poi incazzato perché ci mettevano accanto per mangiare ed io lo riempivo di calci per quello stupido vizio di ciondolare le gambe.

Il sabato sera c’era Fantastico alla TV e io ballavo con la Cuccarini mentre i grandi discutevano e giocavano a carte. E via di zollette rubate.

 

La nonna Pippa, per tutto il resto del mondo Giuseppina,  la mamma di mia mamma, era vedova da anni, nonno Benedetto io non l’ho mai conosciuto. Fu lei a dirmi che nonna Angela non c’era più.
Era forte la nonna Pippa e il suo amore è stata la cosa più difficile a cui rinunciare nella mia vita. E’ stata l’unica che mi ha vissuto di più. E’ andata via quando avevo 18 anni.
Mamma di sei figli, nonna di 13 nipoti; una roccia, una bellissima e dolcissima donna. Ma se la facevi incazzare era capace di ammazzarti con uno sguardo. Tranne che con me: a me non mi ha mai guardato in quel modo.
Grattava il pane duro la nonna Pippa, mi spediva tra i filari di pomodoro a raccoglierli. Ed io anche se avevo paura delle api ci andavo lo stesso per non deluderla. Passavo l’estate a casa sua, era una fattoria, ed era la cosa più divertente che una bimba potesse fare, tra animali e campi. Ogni giorno le portavano il pane caldo e io lo mangiavo col parmigiano.

Nonna Pippa guardava i cartoni animati, Anna dai capelli rossi era la sua preferita. Mi dava un tazzone di latte al pomeriggio e lo bevevo con più zucchero che latte e un sacco di biscotti.

L’ho fatta piangere una volta, non me lo perdono ancora oggi. Mi aveva preparato la merenda e mi chiamava. Io non la sentivo, giocavo fuori e non la sentivo. E l’ho trovata lì sulla sedia che piangeva, era preoccupata. A me allora sembrò una reazione esagerata, ma adesso che sono mamma anche io, la capisco.

Le pettinavo i capelli, sottilissimi e grigi, le facevo le trecce, e la baciavo fino a farla ridere. Se mi concentro riesco a sentire ancora tra le mani la pelle del suo viso, liscissima seppur piena di rughe.

Russava come un tuono e la mattina prima dell’alba si alzava, apriva il suo armadio di legno antico e rovistava tra i sacchetti facendo rumore. Non c’era verso di dormire, con la nonna Pippa. E questa cosa dei sacchetti è un’eredità fastidiosa che mi ha lasciato. Adesso magari mio marito capirà perché a casa nostra ci sono più sacchetti che pasta e non mi manderà a partecipare ad una puntata di “Accumulatori seriali“.

Quando ero neonata i miei genitori andarono a vivere nello stesso pianerottolo dei cugini di mio padre, cugini molto più grandi. Con figli già grandi. Perciò il mio arrivo fu preso con gioia e dedizione. Andrea e Teresa. Lo zio Tata e la zia Teresa, così come li chiamavo io, furono dei nonni acquisiti. Mi prendevano a scuola, mi facevano pranzare, giocare e uscire quando i miei erano a lavoro. Il mio Tata è stato il mio secondo amore; il primo, è chiaro, è mio papà.

Mi metteva sulla schiena e fingeva di essere un cavallo. Metteva in fondo al corridoio lunghissimo di casa sua un ombrello, caricava la pistola con i pallini di plastica e giocavamo al tiro a segno. Aveva una pazienza che solo l’amore sconfinato può avere. Di lui ricordo anche la voce. Io per lui ero Angelinina.

La pasta con le lenticchie e la salsa salsì (cosa contenesse rimane ancora oggi un mistero) erano la specialità della zia Teresa. Lei mi ha insegnato a stirare e a mettere il filo in un ago e persino a ricamare.

Tata invece mi ha insegnato a leggere. Aveva dei libri fantastici, li teneva chiusi in una libreria antica e me ne faceva scegliere sempre uno. Era una di quelle vecchie enciclopedie illustrate. Amavo quei libri e l’odore che emanavano.

Ogni giorno mentre aspettavamo che il pranzo fosse pronto, prendeva il giornaletto dei programmi TV e lo leggevamo insieme, si segnava con una x il film che avrebbe visto la sera. Ed io ogni sera nel mio lettino a casa mia me lo immaginavo sulla sua poltrona marrone di velluto e le sue sigarette mentre guardava quel film.

Avere dei nonni o figure altrettanto amorevoli mi ha arricchito. Stavolta ho voluto parlare di me e non dei miei bimbi, della mia vita e dei miei ricordi. Scrivere queste parole mi ha riportato indietro anni luce, scoprendo ferite che parevano rimarginate. Non si dimentica niente per fortuna. Se si scava l’amore lo si trova sempre. Quello che mi piace pensare è che anche i miei bimbi avranno questo genere di ricordi. Il più numerosi possibile, spero.