Ricordi di scuola

A volte il passato rimane stampato nella mente come se gli anni non fossero mai trascorsi e, a distanza di decenni magari, tornando a quell’esperienza, rivedi le stesse immagini e senti ancora gli stessi suoni e gli stessi odori. Non è semplice descrivere con le parole, ma è quello che cercherò di fare raccontando il mio primo giorno alla scuola primaria da insegnante.
L’ emozione di quel giorno era così grande che mi sembra ancora di sentirne i suoni : gli schiamazzi dei bambini, la voce delle colleghe, la campanella che scandiva le ore, ma soprattutto rivedo lo sguardo perso del mio primo alunno disabile che mi avevano affidato : Roberto.
Si, i miei primi anni di carriera alla scuola primaria, infatti, li ho svolti in qualità di insegnante di sostegno e il mio primo “caso” fu un bambino autistico di quarta elementare di nome Roberto. Un bellissimo bambino dai capelli dorati e riccioli e gli occhi scuri che vagavano nel vuoto. Ero strafelice di questa opportunità, poiché proprio in quel periodo stavo ultimando la mia tesi di laurea in pedagogia, sul grave disagio mentale… la mia occasione per mettere in pratica i miei studi, pensavo. Ma ovviamente fu molto di più di questo….

Io giovane donna appena sposata, di ritorno dal viaggio di nozze, mi dissero che il giorno seguente avrei cominciato questa avventura in una scuola del paese in cui abitavo….chi più felice di me, tutto andava per il meglio e l’entusiasmo era a mille.
Mi presento quella mattina di novembre, al meglio delle mie possibilità sfoderando sorrisi e positività a destra e a manca, pensando di essere molto fortunata ed infatti fu così.
Mi presentarono Roberto e mi dissero che non era in grado di fare nulla di ciò che facevano i suoi compagni, che non aveva mai imparato a leggere, a scrivere e men che meno sapeva contare. Poi mi dissero che sarei stata già molto fortunata se fossi riuscita a stabilire un contatto visivo, perchè la caratteristica di Robi era proprio quella di non guardare mai in viso nessuno, lui viveva nel suo mondo dicevano. E così me lo affidarono dicendomi di giocare con lui nell’aula di sostegno e di tornare in classe solo nel momento della ricreazione per tentare di coinvolgerlo nei giochi dei suoi compagni indifferenti a quel bambino così strano.

Che dire ? Cominciamo bene, pensai, proprio tutto il contrario di quello che ho sempre sostenuto nei miei studi!
Feci buon viso a cattivo gioco e non smisi di sorridere e di osservare attentamente Roberto.
Lui era perso nei suoi gesti stereotipati, nelle sue manie e nei suoi strani versi, ma ogni tanto mi lanciava uno sguardo con la coda dell’occhio e poi riprendeva le sue strane attività. Io cercavo di approfittare di quei brevi momenti per stabilire un contatto con lui, perchè si accorgesse di me, ma nulla….Poi all’improvviso il lampo di genio: cominciai ad imitare ogni suo gesto e…come per incanto lui mi guardò a lungo ed il suo sguardo incredulo e divertito mi fece capire che avevo stabilito un contatto…un bel successo per essere solo il primo giorno!

Quello sguardo non lo dimenticherò mai, è sempre vivo nei miei ricordi, così come la sua risata squillante e la voce della mia collega che nei giorni seguenti si accorse di quello sguardo e scherzando mi disse : ”si è innamorato di te”. Quell’anno Roberto ed io, fra alti e bassi, fra giochi inventati da lui e mille strategie messe in atto da me per insegnargli qualcosa, ci divertimmo un sacco… i suoi compagni non credevano ai loro occhi quando lui un mese dopo, all’intervallo, un giorno prese il gesso, scrisse il suo nome sulla lavagna e poi toccandosi ripetè “ Roberto….Roberto…Roberto…”

Grazie Robi !

EMILIA FRANCO