Il Natale della consapevolezza

Eravamo in Africa da poco più di un mese e iniziavamo ad aprire gli occhi su una realtà diversa e complessa: ecco le nostre prime riflessioni sul Natale e come ci hanno cambiato

Era il nostro primo Natale africano, erano le nostre prime riflessioni sul Natale serie e consapevoli.
Venivamo da un mese di malattie previste nell’inserimento dei Patati in una scuola con germi diversi da quelli italiani e impreviste nel loro susseguirsi senza tregue e soprattutto sviluppate e degenerate con facilità e velocità decisamente fuori dal comune.

Venivamo da un mese di febbri sopra i 38 e relative, ogni volta, analisi del sangue (era la prassi) per verificare che non si trattasse di malaria. Le mani dei bambini erano segnate di buchi, i loro occhi un muto rimprovero.

Venivamo da quasi un mese praticamente senza uscire di casa, la nostra macchina non aveva ancora la targa diplomatica e io non potevo prenderla; il marito (nonostante tutto) paziente si smazzava la spesa quando non era al lavoro. Niente occasioni sociali, niente mare, niente di niente.

Venivamo da un mese di solitudine, perché anche una semplice bronchite significava isolamento: con la velocità con cui le malattie degenerano, in Africa, anche gli amici ti evitano e non sai come spiegare ai tuoi figli perché i colleghi del suo papà li scansano fisicamente.

Venivamo da una settimana di quelle toste, che aveva visto la Fra chiudersi in bagno, piangere e sbattere la testa contro il muro per frustrazione, solitudine, paura, senso di colpa, senso di ingiustizia.

Venivamo da un mese e mezzo di vita nuova, e di scoperte che lasciavano scoperto il cuore. Eravamo al caldo, ma erano giorni freddi e pesanti.
Ci si sentiva non più italiani e non ancora parte di un posto che a breve avremmo considerato, con tutto l’affetto che potete leggere in una maiuscola, Casa.
Erano i primi giorni in cui si perdeva l’effetto anestetizzante della novità e si iniziavano ad aprire gli occhi e a vedere l’essenza di quell’esperienza, nel bene e nel male.

E fu esattamente in quel momento, e con quello spirito, che mi sedetti davanti al computer e lasciai libero sfogo agli scazzi, ma anche alle riflessioni, le mie prime vere riflessioni africane, sul Natale e sulla vita.

Quel primo Natale fu abbastanza tosto, forse il più tosto fino a quel momento. E fu quello che mi insegnò di più: a guardare con occhi diversi, a rendermi veramente conto di cosa fosse “una vita difficile” e cosa invece mi sembrava esserlo ma era decisamente di più “un momento sfortunato in una vita piena di possibilità.

Probabilmente il nostro primo Natale da adulti, lasciando indietro le piccolezze e badando all’essenza. Da allora i nostri Natali sono stati decisamente più consapevoli: l’importanza di “esserci”, per quanto sembri banale, ci ha distolto decisamente dall’”avere”.
Un cambiamento di punto di vista fondamentale e importantissimo: da allora il Natale è diventato diverso e diversamente importante. Il nostro Natale oggi è Famiglia, tutto il resto è qualcosa che passa e va via.