Scheletri nel cassetto

Ognuno di noi ha (almeno) un amico un po’ cazzone, cui non lasceresti neanche il pesciolino rosso per mezzora ma con cui è piacevole passare una serata (ma anche più di una).

Il nostro è Carlo, detto anche Big Jim.
Il simpatico soprannome ebbe origine dall’aspetto vagamente plasticoso che aveva preso la sua pelle dopo l’ennesima lampada venuta male e venne poi tenuto in onore di tutte le barbie di carne che popolavano e popolano ancora casa sua.

Big Jim è ovviamente l’amico perfetto per un’uscita senza figli ma è anche solo terrificante pensare di invitarlo a cena con la prole presente. Per capirci, è uno di quelli che ti saluta strizzandoti amorevolmente le tette e che se c’è un possibile doppio senso da infilare in un discorso lo capisce ancora prima che tu abbia detto “A”. Cioè sarebbe capace di regalare una bambola gonfiabile a mio figlio senza farsi neanche venire il dubbio che non sia il caso.

Del fatto che proprio non si renda conto avemmo la conferma dopo uno dei suoi tanti viaggi all’estero, un po’ di anni fa.
La meta era un Paese africano, non capimmo mai bene quale ma dalle 1500 foto con ragazze nerissime che intasarono la sua pagina Facebook ipotizzammo uno di quelli dell’Africa centrale.

Se c’è una cosa che non si può dire di Big Jim è che non sia generoso: da ogni viaggio, che sia di piacere o di lavoro, se rientri nella sua cerchia più intima (che è quella che ne sopporta le intemperanze e gli eccessi e gli vuol bene per quello che è, sostanzialmente) ti porta sempre un regalo.
Vuoi quindi non ti portasse un simpatico manufatto locale?
Eravamo pronti ad una statuina o a una scatola decorata, di certo non poteva andare peggio di quando ci portò la bambolina cinese che diceva “vuoi scopare?” (per fortuna in lingua autoctona), no?

Ci portò un fallo.
Di legno.
A grandezza naturale africana, ci tenne a precisare.

Bastò uno sguardo reciproco tra me e Mister D per rassicurarci a vicenda sul fatto che quel coso non avrebbe trovato dimora all’interno di nessuna cavità umana, neanche per scherzo.
Captando l’occhiata, Big Jim, invero un po’ deluso, ci suggerì di usarlo come soprammobile.
Potevo già immaginare la faccia di mia suocera, al pranzo di Natale, virare dal rosso al verde bile. Per quanto riguarda i bambini, ero incinta di figlio numero 1, invece, si sa che avere un enorme fallo di legno sul tavolo della sala possa stimolarne la creatività, strano che la Montessori non ne parli, voglio dire.

Insomma sto coso venne accantonato nel fondo di un cassetto di quelli che non si svuotano mai (tipo quello dei canovacci, che di solito si svuota e si rabbocca continuamente) e francamente dimenticato.
Finché un giorno di qualche mese dopo, la nostra domestica ad ore, la gloriosa e inossidabile Juliaca, non si mise in testa di rinfrescare tutta la biancheria della casa, canovacci inclusi.

La faccia con cui mi accolse quando tornai dal lavoro quella sera, avrebbe meritato un quadro. Un misto di disapprovazione, scandalizzamento e imbarazzo che mi lasciò perplessa e che non seppi interpretare fin quando, più tardi, trovai i canovacci lavati, stirati ed ordinatamente appoggiati sul mobile e mi chiesi il perché non li avesse riposti nel loro cassetto, a meno di un metro.
Poi aprii il cassetto.

Da quel giorno e per molto tempo Juliaca guardò me e Mister D con gli occhi furbetti di chi ha scoperto i tuoi altarini e nostro figlio con una certa compassione.
Date retta a me, se avete uno scheletro da nascondere non nascondetelo in casa, oppure preparatevi a cambiare colf…