Se bastasse un po’ di latte materno o una notte con la tata

Mamme diverse fanno scelte diverse per i propri figli, ma non è poi vero che alla fine i bambini sono quello che sono?

L’autonomia dei figli è un tema caldissimo delle discussioni tra mamme, online e non solo (chissà poi perché i papà non sembrano mai molto interessati alle mille questioni su cui si accapigliano le compagne con tanta animosità…). È un grande classico: la madre che dichiara con particolare orgoglio di avere un figlio ancora piccolo, eppure molto indipendente e autonomo. La postilla, di solito, è che questo precoce e sorprendente grado di autonomia si deve alle scelte di maternage fatte dai genitori con grande sagacia e costante impegno. La cosa buffa, però, è che genitori diversi, che hanno scelto stili educativi completamente diversi, attribuiscono tutti lo stesso effetto alle proprie decisioni così in antitesi tra loro.

La mamma che allatta per quattro anni è convinta di farlo per rendere sicuro suo figlio e garantirgli una “base affettiva solida per poi cercare la propria indipendenza nel mondo”. Allo stesso modo, quella che non ha mai allattato è orgogliosa perché suo figlio ha imparato da subito a stare con tutti, e quindi è “più autonomo”. C’è la madre che condivide il letto con la prole, e aspetta che siano i figli a smammare spontaneamente, certissima che sia il solo sistema davvero efficace per renderli sicuri di sé e indipendenti. E quella che, perseguendo esattamente lo stesso obiettivo, ha messo il pargolo a dormire in cameretta fin dal primo mese di vita. C’è chi giura sul potere taumaturgico della fascia portabebè, in grado di garantire figli precocemente autonomi, e chi preferisce di gran lunga il passeggino, perché “nella fascia si vizia e diventa mammone”. Chi lascia che i figli piangano per ore nel lettino perché ritiene fortemente educativo insegnargli il prima possibile a bastare a sé stessi e quella che accorre al minimo vagito perché la risposta immediata ai bisogni dei bambini è il solo modo per renderli fiduciosi e sicuri di sé. La mamma che ogni mese parte sola per un weekend dichiarando di farlo per il bene dei figli e quella convinta che sia molto meglio, per incoraggiare l’autonomia dei pulcini, aspettare che siano loro a decidere di lasciare il nido.

Naturalmente, ognuna di queste scuole di pensiero si fonda anche su una florida letteratura, in cui esperti di vario tipo avallano una teoria o quella opposta. Libri che insegnano come rendere un bambino di pochi mesi capace di addormentarsi “senza aver bisogno di nessuno” e libri che tentano di dimostrare gli effetti benefici a lungo termine del cosiddetto cosleeping. E così, da una parte e dall’altra, per l’allattamento a oltranza, i viaggi senza figli, il nido e via discorrendo.

Ma la verità è che i figli sono come sono, a prescindere dai genitori e nonostante i genitori. Al di là dei nostri sforzi e dei nostri sbagli. Le nostre scelte educative, finché rientrano entro i limiti della fisiologia e del buon senso, e soprattutto finché sono dirette dalla buona fede, incidono relativamente sul temperamento e sulle attitudini dei nostri bambini e ragazzi. O almeno questo penso io. Non saranno tre anni (pardon, trentasei mesi) di tetta a rendere un bambino sicuro di sé. E non saranno i fine settimana con la nonna o con la tata a insegnare a un bambino “a non dipendere dalla mamma”.

La sola ricetta, forse, è fare quello che ci rende sereni, che ci rende noi stessi e che ci avvicina alla libertà. E sperare che i nostri figli diventino degli adulti felici, a prescindere dal loro presunto o reale grado di autonomia.