Sicuri che i nonni cambino?

Ho sempre fatto molta fatica a convivere con l’idea che i nonni, o comunque le persone anziane, vadano rispettati sempre e comunque, in quanto tali.

Va bene la deferenza, va bene l’educazione, il cedere il passo ed il posto, il fornire una spalla o un braccio più giovane e forte a chi di forza ne ha sempre di meno. Ma il rispetto, che è dovuto a tutti, dai 0 ai 99 anni, quello no, viene meno se non è bifronte.

L’unica differenza è che con un giovane irrispettoso mi faccio sentire eccome, mentre un anziano irrispettoso lo lascio perdere. Sono persuaso che deve aver fatto una vita già sufficientemente schifosa per essere diventato cos’è e tanto mi basta, come punizione. Ma un anziano che si comporta male, con maleducazione, con arroganza (con la prepotenza ignorante molto propria di una generazione che dovrebbe, in molti casi, semplicemente fare silenzio per il male che ha saputo fare alla nazione), da me non riceverà sicuramente il lasciapassare “perché è un vecchio (tanti anziani maleducati devono essere abituati bene, dato che sistematicamente svalvolano quando non rinuncio a un mio diritto o a una mia pretesa solo perché “quando te lo chiede l’anziano devi far pippa e spostarti”. Ho una collezione infinita di anziani che hanno litigato con me – pressoché da soli, mentre io li guardavo basito).

Il vecchio bastardo di oggi, vi dico, è solo un bastardo di ieri che, all’epoca, non poteva permettersi di darlo a vedere più di tanto. Poi si arriva ad una certa età, i freni inibitori calano, si pensa un po’ più lentamente di prima e soprattutto si ritiene che “oh, sono arrivato fino a qui, ora non rompetemi più”.

Tutto questo, secondo me, resta perfettamente valido in tema di nonni o, almeno, di nonni di una certa età.

Il luogo comune vuole che i nonni si rammolliscano, si rincitrulliscano, concedano ai nipotini tutte le dolcezze e i permessi che hanno negato ai propri figli.
La mia esperienza (e parlo tanto di nonni quanto di suoceri) mi racconta qualcosa di molto diverso.

Il cedere ad un capriccio di troppo del bambino o il fargli regalini anche quando VERAMENTE BASTA coi regalini, fa parte di una modalità che unisce la maggior cedevolezza ad una forma di pigrizia sopravvenuta (“non sapevo davvero come tranquillizzarlo, mi dispiaceva così tanto vederlo piangere”) che arrivo pure a capire: sono anziani e mollano prima, tenere botta non è semplice.

Tolto questo, i difetti che avevano quando i figli eravamo noi, li si possono riscontrare ancora tutti, decuplicati e lasciati al galoppo sfrenato, anche ora che si rapportano con il nipote (o i nipoti).

Prendo i miei genitori, nel relazionarsi al loro unico nipote e mio unico figlio.

Gli sento dare suggerimenti del tipo “al bambino, per il suo bene, va imposto di fare quel tipo di gioco, così si integra meglio”. Non spronato, non incoraggiato, non preso da parte ed edotto con spiegazioni fosse anche incisive. No. Gli va imposto.

Quante cose che mi spiego di me, adesso.

Prendiamo ad esempio il vizio del pollice in bocca. Brutta bestiaccia che da sempre cerchiamo di combattere sino a che non sarà vinta del tutto.

Nostre tattiche (giuste o sbagliate): non dargli peso; dargli peso tra il serio e il faceto, cercando di capire cosa lo spinge e fornendogli alternative alle motivazioni di base; comprare il salvadanaio per metterci qualche cent alla fine delle giornate in cui l’ha messo di meno; spiegargli cosa succede al palato dei bimbi e fargli passare la fantasia.

Tattica dei nonni: “togliti questo dito dalla bocca altrimenti *minaccia di rappresaglia a caso*”; grido da una parte all’altra dell’ambiente ogni volta che lo vedono col pollice in bocca: “NOOOOOOOO!”, incuranti del fatto che possano esserci estranei, amici, cugini, compagni di scuola ad assistere. Risultato finale: bastano due settimane in loro compagnia e mio figlio non solo regredisce con il pollice, ma se potesse infilerebbe in bocca tutta la mano fino al polso.

Quale infinità di cose, quale infinità, che mi spiego di me, adesso.

L’ostentazione ai quattro venti della bellezza del bambino; il continuo rompergli le scatole su come una cosa vada fatta (e lascialo fare!!!… gliel’hai detto, che sarebbe più corretto così? Amen, ora fagli provare anche altre maniere, finché alla fine capirà che avevi ragione: se non prova, ingoia passivamente ma non capisce perché); il pensare che certe cose sia meglio “non dirle” o “non farle vedere”, altrimenti lui si dispiace; l’attribuirsi ogni volta paternità e maternità dei progressi del bambino accollando al resto del mondo le cause dei suoi rallentamenti (tralasciando l’ovvietà che non sono loro ad educarlo, siamo noi).

Un coacervo di errori, insicurezze, mancanze psicologiche che questi pur bravi nonni, che sono stati anche a loro modo bravi genitori, stanno riproducendo negli stessi termini inconsapevoli di quando sono andati in scena la prima volta, ormai quasi 40 anni fa. Dove sta la novità? In più, lo fanno con la leggerezza propria di un ruolo che è differente da quello del genitore.

Cosa ci si può fare? Molto poco. Diventare nonni non migliora né peggiora le persone, dà soltanto loro una creatura in più da amare e, certamente, rallegra le loro giornate, fornisce un surplus di motivazioni e, va detto, anche di stanchezza. Ma se avevano dei difetti crescendovi, non spariranno mentre si accostano a vostro figlio.

Qualcosa invece possiamo fare interiormente, parlando a noi stessi. Innanzitutto, prendiamo le distanze emotive dalla cosa: non proiettiamo le cose che ci hanno fatto soffrire da bambini pensando che i nostri figli ne soffriranno alla stessa maniera.
Il nostro turno è passato, siamo noi adesso gli educatori, sfruttiamo questa inaspettata esibizione di inadeguatezze come un’occasione di comprensione (“ecco, ecco perché accadeva questo. Ora so come funziona e so come evitarlo”). Soprattutto, costi quel che costi, non cerchiamo di persuadere i nostri genitori che il ruolo di genitori è nostro: cerchiamo al contrario di esserne certi noi, intimamente.

Nulla è dovuto ai nonni in quanto tali, né in quanto anziani. Da figlio, devo loro quel che il mio voler loro bene mi spinge a fare, è una mia scelta e una mia gioia: ma non credo più da tempo di avere obblighi di “restituzione affettiva” nei loro confronti e questo può salvare delle vite o, per lo meno, la psiche.

Alla stessa maniera, penso intimamente che mio figlio non mi debba niente già adesso che siamo rispettivamente padre giovane e bambino piccolo. Non c’è nessuna delle gigantesche ed epiche fatiche che compio per lui che non nasca dalla mia spontanea volontà e che non rifarei mille volte. Lui non me lo chiede e in cambio mi darà ciò che riterrà giusto. A lui, tra le altre cose, garantisco i nonni, il loro affetto, la loro presenza… pure se a volte li strozzerei e nonostante quelli che ritengo errori. Ma il benessere dev’essere prima di tutto quello del piccolo. Tra grandi e vecchi, ce la vediamo poi, a parte.