Il Natale, tra passato e pensieri

Il Natale è un periodo di atmosfera, ma a volte i ricordi ci riportano indietro a momenti difficili, che ci fanno crescere

Volevo scrivere un post sul Natale col tono che mi è consono, descrivendo la mia incasinata vita da mamma di due bimbi piccoli con ironia e, come mio solito, far sembrare tutto un po’ più facile di quello che è in realtà. Ma il Natale è una cosa seria, almeno per me. Ed è una cosa che lego ad una siglia, TIN.

Leggendo il post di una meravigliosa e coraggiosa mamma del web, mi è venuto in mente dove il mio cuore e i miei pensieri vanno da un po’ di tempo a questa parte quando arriva il periodo più magico dell’anno… E mi è venuta voglia di condividerlo, perchè si sa che quando i pensieri escono fuori dalla tua testa prendono un aspetto meno grave e più sopportabile.

Ho partorito il mio primo figlio all’ospedale Cervello di Palermo. Diego è nato il 1 ottobre dopo un parto infinito, dopo 40 ore circa di contrazioni alla massima potenza che però non servivano a farlo venire fuori. Così siamo arrivati all’alba del terzo giorno ad un cesareo d’urgenza; una volta nato tutto è stato meraviglioso, come dev’essere.
Il giorno che dovevamo tornare a casa però, Diego non ha passato la visita di controllo. Era leggermente brachicardico. Trasferimento immediato in TIN.

Immaginate.
State tenendo tra le braccia il vostro primo figlio, ciò che avete sempre desiderato, siete felici come mai nella vita, sembra che tutto abbia ora un senso. Non vedete l’ora di portarlo a casa e iniziare a vivere questa meravigliosa avventura con vostro marito e con quel frugoletto profumato e invece tutto crolla.
Immaginate di non poter camminare erette per la ferita del cesareo che vi pulsa, immaginate di essere sfinite per il parto “doppio” che avete dovuto affrontare e le tipiche notti da ospedale, immaginate di vedere dei medici che prendono vostro figlio a cui siete già visceralmente legate e vederli allontanarsi con lui.

Non è una cosa che a parole è facile spiegare, chi lo ha provato sa di cosa parlo.
È come se ad un certo punto ci fosse una forza centrifuga che ti schiaccia da fuori e da dentro. È come se il tuo cuore, il tuo stomaco, ogni singolo pezzettino di pelle del tuo corpo andasse in frantumi.
Hai paura. Una paura che non hai mai provato. Non sai neanche di poter essere capace di provare quella paura così nera. Immaginate di dover sentire il vostro piccolo piangere alla fine di un corridoio e di non poterlo raggiungere. Un incubo. Il peggiore.

Ricordo le voci di conforto dei miei familiari, di mio marito che mi dava coraggio. Ricordo che niente poteva aiutarmi.
Le loro voci erano solo un fastidio. Si sovrapponevano ai miei pensieri e alle lacrime di mio figlio che aveva fame ma doveva essere visitato e al dolore fisico che questo mi dava.

Un pediatra molto gentile mi trovò un posto letto per poter essere ricoverata con Diego. Così ho scoperto uno di quei mondi paralleli di cui a volte non abbiamo conoscenza. Mondi ovattati e silenziosi in cui ci si muove a rallentatore. Ho scoperto il reparto di terapia intensiva neonatale.
Ho indossato dei calzari e ho lavato le mie mani con cura mentre le lacrime non smettevano di scendere. Sola. Mio marito poteva entrare solo un’ora al giorno e solo al pomeriggio.

Quando succedono queste cose, quando ti ritrovi ad affrontare certe immani difficoltà, però dentro di te sai che la forza devi trovarla. Soprattutto se sei mamma.
Ed è anche vero che scatta tra le persone una solidarietà che ti fa ricredere nell’umanità.

Sono entrata nella mia stanza che era occupata da altre due mamme. Entrambe avevano avuto delle gemelle che però avevano deciso di nascere troppo in fretta e i loro polmoni non funzionavano benissimo. Erano lì da mesi e chissà per quanto altro tempo ci sarebbero rimaste. Mi sono vergognata molto delle mie lacrime quella sera, perchè loro mi davano coraggio, loro si erano abituate a quel reparto e a vedere i loro cari solo un’ora al giorno. Loro chiedevano alle infermiere di fare da baby sitter perchè era il loro anniversario di nozze e volevano andare a cena col marito. Avevano bambini più grandi a casa che le aspettavano e a cui mancavano. Si muovevano con sicurezza tra quei corridoi. In un certo senso, mi infastidiva la loro consuetudine, il fatto di essersi abituate loro malgrado a quella situazione.

Avevo il terrore di dovermi abituare anch’io a quel posto.
Ancora oggi ho nelle orecchie il suono dei monitor, quello di Diego che era mezzo rotto e mi faceva prendere spaventi tremendi.
Un Bip bip continuo e inquietante, un bip bip che ti scava l’ansia dentro. Quello delle gemelle che andavano in crisi respiratoria e quello che proveniva dalle altre stanze.

In TIN capisci quanta forza possono avere dei bambini appena nati e quanta forza hanno i loro papà e le loro mamme. Noi eravamo fortunate perchè potevamo stare lì con i nostri figli, ma gli altri potevano venire solo nei momenti prestabiliti. Ed era tutto fatto con enorme attenzione e silenzio.

Impari la solidarietà, la gentilezza di chi è nella tua stessa situazione e di chi lì ci lavora: i medici, ma soprattutto gli infermieri. La cura che prestano e l’amore che devono avere per fare questo tipo di lavoro.
Quella è stata la notte più brutta della mia vita.
La mattina dopo, uscita dal bagno, ho trovato Diego avvolto in una copertina e con un’asciugamano arrotolato che lo teneva su un fianco: un’infermiera aveva avuto questo pensiero per noi.
Improvvisamente mi sono sentita ancora più forte. Per me mamma da nemmeno una settimana e per Diego che ci aveva tirato questo brutto scherzo.

Diego è nato in ottobre e una delle cose che mi faceva essere super felice era che presto sarebbe stato Natale, il suo primo Natale, lo avrei sbaciucchiato sotto le lucine dell’albero e avrei ascoltato le canzoni di Natale con lui fra le braccia. Sarebbe stato il suo primo, nostro, magico Natale.

Dalla TIN siamo usciti il giorno dopo. Venne fuori che la brachicardia era un fattore fisiologico. Noi siamo stati fortunati.
Così ogni Natale il mio cuore è in quel reparto. È tra quei corridoi con luci al led soffuse e le cullette termiche; è con i medici e gli infermieri, ma soprattutto è con i papà e le mamme e i bimbi di quel reparto. Che la forza e la fede li accompagnino sempre.