Tornare in Africa (a casa)

Per chi è emigrato, tornare in Africa non è come fare una vacanza: ci sono obblighi, pressioni, aspettative. Anche quando le cose sono andate benissimo.

Durante le vacanze estive molte famiglie bicult optano per tornare in Africa, a casa, per raggiungere la famiglia del partner non italiano. A volte insieme, a volte lasciando che sia solo lei/lui a partire anche per uno-due mesi a seconda della distanza da percorrere e delle possibilità lavorative.

Tornare in Africa, per chi è emigrato, non è mai semplice come fare una vacanza.

Le emozioni e i sentimenti in gioco sono molti, a casa c’è una comunità piena di aspettative che vuole sapere se l’emigrante ha soddisfatto almeno in parte i sogni della famiglia. E c’è una comunità che vorrebbe godere dei frutti della fortuna che con l’emigrazione si è abbattuta su questa persona. Non uso questo termine a caso: è proprio quando si torna a casa che si sente tutto il peso della fortuna abbattersi letteralmente su di sé. Che fortuna ci sia stata o meno.

E se fortuna non c’è stata, purtroppo a casa spesso non si torna: l’affetto potrebbe non riuscire a sopperire all’umiliazione di tornare a mani vuote, meglio restare lontani.

Nel 2010, mio marito tornava a casa, a Saint Louis, in Senegal, dopo sette anni: era una vacanza che prima non si era potuto permettere e che sarebbe durata qualche mese. Tornava forte di un discreto successo economico. Circa un mese dopo lo avrei raggiunto io, la fidanzata bianca, invidia (in quanto bianca, europea, esotica, favolosa!) di tutto il quartiere. Era il 2010, appunto, non il secolo scorso, e Saint Louis è una delle capitali africane della cultura, più frequentate dai turisti. Ma tant’è.

La sua partenza fu felice, accuratamente preparata e condita di regali più o meno per tutti: e con tutti intendo circa un centinaio di persone. Con lui partiva un container, pieno per la maggior parte di articoli del suo lavoro, ma anche di regali, regali, regali.

Tornare in Africa, a casa, significa regali, montagne di regali!

Sorridevo, girando per le strade sabbiose e caldissime di quel gennaio a Saint Louis. Ogni singola persona che ci incontrava e che anche solo vagamente lo riconosceva, si avvicinava per saluti, benedizioni e una piccola mancia da portare con sé.

Ogni singola persona che arrivava a casa a portare i suoi saluti veniva ricevuta nel salotto buono, quello con i divani in pelle e il nuovo televisore ultra piatto a tutta parete, perché potesse debitamente invidiare la mamma del fortunato e riceverne in cambio il giusto compenso, in denaro o in un piccolo regalo europeo.

Sorridevamo entrambi, era il suo momento di gloria e ricordo le mezz’ore passate nascosti in camera sua, chiusi a chiave e in silenzio, ridacchiando come ragazzini che si nascondono sotto il letto per sfuggire alla processione di questuanti, come uno dei periodo più luminosi della mia vita: ancora mi si apre il cuore a ricordare quanto lui era felice e sicuro di sé.

Qualche mese dopo ci sposavamo e un anno dopo iniziava la nuova vita del nostro bambino, ma sono sicura che lui, Momo, è stato concepito in quei giorni, almeno nei nostri cuori, perché fu un ritorno a casa molto felice.

Purtroppo non per tutti, tornare in Africa è così facile e bello.

Questo sistema dei regali e delle gratifiche, questo tremendo obbligo di dover dimostrare che la tua partenza non è stata inutile, ha schiacciato e schiaccia più di una persona: si desidera una vacanza, un momento di pace con i genitori e i fratelli che non vedi da molti mesi, un periodo in cui parli solo la tua lingua, in cui tutto ti sia famigliare a facile.

Ma troppo spesso non è economicamente sostenibile – costo del volo a parte, un rientro a casa in Senegal può costare fino a 3000,00€ di soli regali. Tremilaeuro che un operaio o un buttafuori non mettono da parte in due minuti!

E oltre ai regali la comunità si aspetta racconti: ho un bel lavoro, ho una bella casa, ho una bella macchina…

Qualcuno non parte, e ci soffre moltissimo. Qualcun altro parte, dopo aver raccolto a stento la somma necessaria, e riempie la famiglia di balle colossali fino al momento del rientro. Qualcun altro arriva a mani vuote, a volte anche a portafogli vuoto con il solo racconto della disoccupazione e della fatica, ma ci vuole molto coraggio per farlo.

Chi riesce a partire portando con sé un pezzetto di Europa è il più fortunato, e poter partecipare, insieme al tuo compagno, a un simile momento di gloria è un privilegio enorme: io lo ricordo così, ed è un ricordo che tengo molto caro.

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