Tra presepi, culture e integrazione

Ha scatenato, e scatena tutt’ora, una profonda riflessione (oltre ad una serie infinita, a seconda delle sensibilità, di plausi o critiche) la scelta del preside di una scuola di Rozzano di trasformare la festa del Natale in una più generica e laica festa dell’inverno, spostando il tradizionale concerto a gennaio e quindi privandolo di una qualsivoglia connotazione religiosa.

Riflessione perché da una parte ci si interroga sulla opportunità di una scuola laica senza simboli religiosi di alcun tipo e dall’altra ci si confronta, per tutt’altri motivi, con esigenze di integrazione e rispetto verso persone di altri credi, o atee.

È bene, secondo me, tenere separati i due discorsi.

La nostra società è frutto di un’evoluzione che attraverso storia e cultura è arrivata ad essere quello che è oggi. Le radici della cultura di un Paese passano, che ci piaccia o meno non fa differenza, anche attraverso la religione. Questo anche in Italia, ovviamente, ma non perché in Italia c’è il Vaticano o c’è stato uno Stato Pontificio con poteri e interferenze non limitati solamente alla sfera della spiritualità, bensì perché come ogni religione, anche il Cristianesimo ha portato con sé messaggi e modi di interpretare la realtà che hanno plasmato la nostra visione del mondo, che ci hanno portato a distinguere tra ciò che oggi reputiamo giusto e ciò che reputiamo sbagliato. Ogni religione, in ogni parte del mondo, è stata pilastro della moralità, dell’educazione, dei rapporti sociali.
Nel nostro Paese, ad esempio, anche nel comportamento di chi si professa ateo, si ravvisano segni di educazione sociale cristiana.

La nostra società, evolvendosi, in tempi moderni ha trovato spazio per la libertà di culto, per la laicità, ma di certo non può negare quanto nelle sue regole sociali ci sia un’impronta che deriva da valori ritrovabili nei testi sacri. Affermare il contrario sarebbe un falso storico, e sarebbe alquanto ipocrita.
Oggi si chiede più laicità negli ambienti pubblici, giustamente. Questo perché oggi siamo più coscienti delle alternative, siamo più liberi nelle scelte, possiamo allontanarci dalla religione che è sempre stata considerata la “nostra”, spesso senza se e senza ma, senza rischiare di finire sul rogo.
Oggi è garantito il libero pensiero, e ognuno può scegliere il suo percorso.

Mentre una discussione sull’opportunità di mettere (o lasciare) o togliere il crocifisso nelle scuole meriterebbe molte più analisi e riflessioni, in quanto il crocifisso è il simbolo più importante e denso di significato delle religioni cristiane e si porta dietro una valenza assolutamente dipendente da una fede, il presepe (insieme a tutto il corollario di canti, decorazioni e via discorrendo), invece, ha una valenza, mi perdonino gli ultras cattolici, molto meno connotata: il Natale, a ben guardare, è assolutamente secondario (in termini relativi, non voglio offendere nessuno) rispetto sia alla Pasqua sia all’Annunciazione (che corrisponde al concepimento virginale della Madonna, altro enorme dogma di fede e pilastro del cristianesimo).

Il presepe, la natività, è di fatto un simbolo assolutamente condivisibile anche da chi non crede che quel bimbo nella mangiatoia sia effettivamente il figlio di Dio: rappresenta e celebra una nascita, a prescindere da tutto.
Che dietro a quella nascita ci sia la salvezza del mondo o meno, ogni nascita è comunque una speranza. Ed è un messaggio che non dovrebbe offendere, né far sentire limitato, nessuno.
Togliere il Natale dalle scuole non significa solo togliere la componente religiosa di una festa, significa anche ottusamente rifiutare una visione più aperta che possa rispecchiare chiunque.
È molto più facile togliere un simbolo o un evento piuttosto che spiegare come quel simbolo possa dare risposte umane e non solo religiose. La negazione assoluta non è mai una strada di crescita.

Per quanto riguarda l’aspetto legato all’integrazione e al rispetto verso le altre culture, ci sono altre riflessioni da fare.
Se il rispetto che do agli altri passa per l’annullamento di ciò che mi ha portato ad essere quello che sono, non è vero rispetto.
Se penso sia giusto cancellare le radici storiche e culturali che mi han condotto ad essere qui e ora per far sentire più a suo agio qualcuno che ne ha di diverse, non lo sto rispettando, lo sto prendendo in giro, lo sto imbrogliando.
Essere garantisti sulle culture altrui a scapito della propria è offrire all’altro, al posto di un confronto, solamente uno specchio. L’integrazione passa necessariamente attraverso la conoscenza e la conciliazione di esperienze e basi diverse; la crescita culturale che deriva dall’integrazione di culture e religioni diverse, deve passare attraverso il confronto, non la negazione.

Scegliere di togliere le connotazioni religiose (che sono diverse dalla fede) della nostra cultura, nelle scuole, da una parte nega agli alunni un’occasione di riflessione sulle origini e le trasformazioni della loro civiltà e sul senso della celebrazione di una nascita, e dall’altra toglie la possibilità di un confronto, di una conoscenza con chi ne ha di diverse.
Il messaggio, sbagliato, che si rischia di passare agli bambini è che per far star meglio l’altro devono rinunciare a qualcosa di loro stessi, che per rispettare l’altro possa essere giusto anche non rispettare noi stessi.

Integrazione non è né imposizione né negazione di ciò che si è: integrazione è presentarsi esattamente per come si è e scoprire com’è l’altro, con la speranza di camminare insieme lungo un percorso comune che rispetti entrambi. In questo senso mi pare che siamo ancora miseramente lontani.