Un padre per andare verso il mondo

Sorrido nel ricordare quante volte ho visto un papà entrare in sezione con la figlia spettinata e con elastici e mollette in mano con lo sguardo sconvolto rivolto all’educatrice o all’insegnante come a dire “Io c’ho provato, ma non ce l’ho fatta a pettinarla… come si fa?”. Chissà quante volte abbiamo sorriso nel vedere quanto tempo impiegavano alcuni papà a rivestire i figli di scarpe, felpa, sciarpa, berretto, cappotto, guanti… e altrettanto abbiamo sorriso nel vederne alcuni rinunciare e decidere che si poteva uscire da scuola più leggeri… E come li abbiamo visti, da educatrici, da mamme, da donne? Un po’ impacciati, un po’ imbranati.

Questo per farvi capire quanto la quotidianità sia intrisa di gesti materni. Sì, gesti da mamme e per le mamme. Che per necessità affidiamo anche ai papà. Senza dubbio, giustamente. Eppure a volte mi chiedo come mai a scuola non ci sia forse il giusto spazio per i gesti paterni. Di certo se nel corridoio della scuola un papà si mettesse a fare una gara di corse col proprio figlio verrebbe guardato storto. O se spendesse cinque minuti per farlo saltare dal muretto della scuola invece che farlo uscire normalmente dal cancello, molte di noi penserebbero “Che spreco di tempo!”.

A volte penso che la nostra mente riconosca che sono fondamentali entrambi i ruoli, quello materno e quello paterno, ma che nella quotidianità sia troppo abituata a vedere solo gesti materni al punto da farci così tanto l’occhio e far regnare un unico punto di vista: quello della cura verso il bambino, della protezione, del contenimento.

Tanto è indagato il ruolo della madre nella nostra società, tanto a volte è lasciato in ombra quello del papà. Eppure esso è complementare e necessario, fondamentale e mai secondario. Questo è spesso da dire e ricordare con convinzione alle mamme che incontriamo nei loro percorsi al nido e alla scuola dell’infanzia.

E per capire qual è il senso della paternità non userò parole mie, ma un racconto ben più alto, che quando lo ascoltai da un saggio signore ne rimasi affascinata così tanto che quel racconto è scritto a memoria nella mia mente e lo consegno anche a voi perché possiate capire l’essenza del ruolo di un padre.

E poiché ho parlato fin dall’inizio di gesti, questo racconto parla proprio di un gesto. Un gesto grande, delicato, silenzioso e fortemente simbolico.

È il gesto di Ettore. Siamo nella mitologia, nell’Iliade, il grande poema di Omero. Ma non spaventatevi. Abbiate fiducia in quest’ascolto. Non ci stiamo allontanando dal nostro argomento.

Ettore va verso casa, dopo una battaglia, per incontrare la moglie Andromaca e il figlio.

Andromaca, tiene tra le braccia il figlio. Nel vedere il padre il figlio sorride e resta in silenzio. Ettore apre le braccia al figlio che però si spaventa e si mette a piangere: Ettore indossa ancora l’armatura e il figlio non lo riconosce.

E qui salta in evidenza una distinzione tra l’eroe e il padre. Un padre non è né guerriero né eroe. Ecco la differenza. Con i figli non si può essere né eroi né guerrieri. E se non ci si spoglia mai delle armi, non si può essere padri.
Ettore sorride a quella reazione del figlio. Capisce bene. Così si toglie l’elmo, prende in braccio suo figlio e lo alza al cielo per mostrarlo agli déi.

Se la madre abbraccia il figlio e lo stringe al seno, il padre lo alza al cielo e lo mostra agli dei. Sì, perché se le madri si prendono cura dei figli, i padri sono quelli che insegnano ai figli a stare al mondo, ad andarci per il mondo… ad affrontare paure, separazioni, regole. Ad affrontare la vita fuori.

Ma c’è una frase che sigla la paternità i n maniera chiara: non più un gesto, ma un augurio.
…Deh! Fate/che il veggendo tornar dalla battaglia,/dell’armi onusto de’ nemici uccisi/dica talun «Non fu si forte il padre».
Ecco il desiderio di ogni padre: che il figlio possa essere meglio di lui.

Per cui, anch’io mi sono messa a sorridere quando ho visto mia figlia s-pettinata dal papà, ma ho subito pensato a tutti quei gesti eroici che solo lui riesce a fare con lei.

 

Sara