Ad un certo punto della mia vita sono diventata insegnante, o forse, dentro di me, lo sono sempre stata.
Da bambina ero una brava alunna, mi piaceva sapere, ma tanto di più mi piaceva spiegare agli altri cosa fare. Ho pensato per molti anni che fosse attitudine al comando e, invece, la parola chiave era semplicemente “spiegare”.
Provavo enorme gusto a insegnare e mi sono detta che forse, in effetti, avrei potuto far, diventare l’insegnamento una professione.
Così (dopo laurea, specializzazione, concorso) sono diventata docente alle scuole medie, che oggi si chiamano secondaria di primo grado, nome che già riassume la contraddizione insita in quest’ordine di scuola.
Secondaria perché ufficialmente dicono che viene dopo la primaria, realmente perchè la scuola oggi è davvero relegata a un ruolo di secondo piano rispetto a qualunque altra cosa. Il primo grado immagino si riferisca al primo grado di giudizio, quello se sei condannato si ricordano tutti, quello che, anche se ti assolvono, ormai ti sei giocato la reputazione.
Gli abitanti del pianeta scuola media sono a dir poco variegati. Dura solo tre anni, ma sono quelli in cui i nanerottoli paffutelli che pretendono il bacio della buona notte e la luce accesa per dormire, si trasformano in ragazzoni coi brufoli che sognano di baciare le showgirl scosciate.
Solo tre anni dicevo, ma tre anni pieni di emozioni alternate come montagne russe. Un percorso in bilico tra infanzia ed età adulta che è pieno si insidie sia da una parte che dall’altra.
Da dietro la cattedra fanno una gran tenerezza questi mini umani alla perenne ricerca di qualcosa. C’è la bambina di prima che ha chiesto le meches bionde come regalo di compleanno per ottenere il titolo di più ammirata della classe. Il nerd di seconda che si nasconde fra i problemi di geometria per scacciare dalla mente il pensiero insistente della biondina del banco avanti al suo. La bellissima di terza, che però non sa ancora di essere bellissima e crede alle due invidiose che le dicono che sembra tanto grassa.
Credo sia il periodo della vita in cui in assoluto ci si sente più grandi. Grandi abbastanza per il cinema da soli, la pizza con gli amici, le feste in discoteca… Durerà una decina di anni, poi si comprenderà che in realtà siamo sempre troppo piccoli rispetto ai nostri desideri.
E li guardo da dietro il registro, scorrendo con gli occhi la lista dei nomi, ricordando il brivido di paura prima dell’interrogazione. Mi sforzo di non perdere il ricordo di quel brivido quando devo giudicarli, perché guardandoli da adulta hai costantemente il desiderio di salvarli dalla loro adolescenza.
Vorresti ridurre gli attriti, tracciare un percorso sicuro, mettere dei cuscini dove il terreno è più ripido. Vorresti battergli una pacca sulla spalla per dirgli che in pochi anni i brufoli passeranno e la cotta per quello di terza D probabilmente anche molto prima.
Ma invece sei la prof. e il mondo glielo devi spiegare come funziona, magari con dei filtri, ma senza scontare le parti più dure. E così prepari la verifica difficile, per metterli alla prova, per insegnargli a tirare fuori le idee, per fargli capire che l’obiettivo non è vincere facilmente, ma combattere con onore.
Il successo nella vita di ciascuno è determinato dalla capacità di affrontare i limiti, interiori e imposti, e la ricerca delle soluzioni per aggirare e sconfiggere tali limiti è la fonte primaria della nostra felicità.