Avevo una rosa

È stato in occasione di una vacanza a Merano, credo fosse la primavera del 2011. La mia Dodo era piccola e io ero in bilico tra la mia forma vecchia e quella nuova: quel interregno in cui non azzecchi un outfit neanche a morire e in cui lo specchio ti restituisce un’immagine che non corrisponde alle te di una volta, ma nemmeno a quella nuova.
Avevo un amore grandissimo nuovo di zecca, una famiglia felice e la promessa di una casa nuova.

Abbiamo visitato il giardino botanico in un tripudio di fiori e di colori e ci siamo incantati davanti ad una rosa che arrampicava su un muro, ricoprendolo di rami spessi dalle spine aspre, foglie compatte e verde intenso, con bagliori di rosso sulle più tenere e nuove. I fiori avevano un solo giro di petali giallo pallido a formare una corolla dai profili sfrangiati e al centro grossi stami rosso zafferano. Si chiamava Mermaid, la Sirena.

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Al momento di riempire i vasi del nuovo terrazzo, nella casa nuova, il pensiero è andato subito alla “Sirena”, ero risoluta: l’avrei cercata e avrebbe abitato con noi a lungo; sarebbe diventata una storia di famiglia, di quelle che si tramandano ai figli dei figli: “Sai, tanti anni fa eravamo al giardino botanico…“.

Ho chiamato tutti i vivai in zona e fuori zona, ho consultato qualche forum di giardinaggio e alla fine l’ho trovata: nel carcere di Bollate, nel vivaio gestito dai detenuti. Bollate non è proprio di zona, ma ci siamo andati un venerdì pomeriggio dopo il lavoro, abbiamo varcato i cancelli e guardato in alto verso le finestre profilate di colori pastello, senza sbarre, se non nei piani più bassi, e dopo aver ricevuto la nostra Mermaid dalle mani di un detenuto tatuato e da un’educatrice sorridente, siamo tornati a casa.

Una volta nel vaso, la vita della nostra rosa non è stata semplice e neanche la mia, di riflesso. I rami crescevano smodatamente, proiettandosi verso il vuoto oltre la grata che le avevamo procurato perchè potesse rampicare. Andavano tagliati di continuo.

Ad ogni fioritura (ed erano vivacissime e frequenti a partire da fine Maggio fin addentro nell’estate) seguiva un periodo di agonia, in cui le foglie verdissime che avevo amato fin dal primo sguardo diventavano verde pallido, poi gialle e poi cadevano.

Abbiamo tenuto botta fino all’inverno, tagliando rami che pur sapevo non avrebbero prodotto più fiori -perchè è proprio su quelli nuovi che la Mermaid fiorisce più volentieri -, provando diversi fertilizzanti per la terra del vaso e consultando nuovamente i forum di giardinaggio.

In primavera mi sono arresa all’evidenza e ho ammesso che la mia Sirena non avrebbe potuto stare con noi a lungo. Una volta cresciuta, le sue radici, diventate troppo grandi, hanno cominciato a soffrire le angustie del vaso.
La sua aspirazione a crescere rapida, vigorosa ed esuberante non poteva convivere con la vita in altitudine (al quinto piano) ed in cattività. Così un giorno mi sono vestita comoda, mi sono armata di paletta e rastrello e ho cominciato a scavare per tirarla fuori intatta dal vaso. L’impresa non è stata semplice: le radici avevano riempito tutto il volume a loro disposizione, spingendo e tirando, e si erano avvinghiate a tal punto alla carcassa scomoda che le comprimeva, da rendere lo sforzo di liberarle ai limiti delle mio possibilità.

Però alla fine ce l’ho fatta e siamo sopravvissute tutte e due.

Lei ora vive nella terra, dove può crescere come le si confa: le sue foglie sono carnose e verde intenso, proprio come prometteva quella visita al giardino botanico, e le sue fioriture continuano ostinate fino in autunno.

Io intravedo in tutta questa storia una metafora, ma non so esattamente di cosa.

Voi che ne dite?

 

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