Eccoci al terzo appuntamento con il tema di questo mese: mamme in verde. Dopo gli spunti di riflessione proposti da @unamammagreen e la scelta di vita che ci ha raccontato @ombrosa, è la volta di @cescar76, che ci racconta come ha vissuto e vive il tema ecologico all’interno della sua avventura africana 🙂
Se volete partecipare anche voi, mandateci una mail a collaborazioni@instamamme con oggetto “Mamma in verde” e raccontateci questo aspetto della vostra vita! Alcuni degli scritti saranno selezionati e pubblicati a fine mese. Non dimenticatevi di specificare il nome o il nickname con il quale volete essere citate (ma anche citati, perché no!)
e ora la parola alla nostra @cescar76 🙂

Non sono mai stata una talebana dell’ecologia, lo ammetto.
Nel senso che non vado alla ricerca del prodotto ecologico, biodegradabile e naturale ad ogni costo.

Lo sbattermi con l’autoproduzione di detersivi, detergenti, creme etc. non fa per me. Quanto a quelli confezionati onestamente per me l’essenziale è che siano efficaci, che abbiano un buon odore (sono sensibilissima agli odori, alcuni mi provocano istantanei mal di testa) e che costino il giusto.

Con i miei figli, all’epoca, ho fatto la scelta più comoda, ovvero quella dei pannolini usa e getta. Per il primo non mi venne (col senno di poi fortunatamente, visto lo stato depressivo che seguì la sua nascita) neanche il dubbio, col secondo valutai un minimo i lavabili, ma avevo ancora il grande da spannolinare e riguardo alla gestione di due patati, uno neonato e l’altro neanche duenne, una casa, un gatto, varie ed eventuali, vinse la praticità.

Su alcune cose, invece, sono molto attenta: differenzio l’immondizia da molto prima che ci fossero degli obblighi comunali e il fatto di avere tipo otto secchi o contenitori (l’umido, l’indifferenziato, il vetro, la carta, il multi materiale leggero, le batterie, la medicine e la roba da portare in discarica) non mi turba minimamente.

Ero convintissima, quando venni a vivere in Costa d’Avorio, due anni e spicci fa, che questa esperienza avrebbe significato un ritorno alla natura, in qualche senso e modo. Forse avevo visto troppe volte Madagascar e mi ero decisamente immedesimata nella zebra Marty, non so.

Ero convinta che mi avrebbe aperto la mente e il cuore rispetto a temi che per comodità ed egoismo, magari, avevo lasciato indietro. Ero pronta, alla linea di partenza del mio mettermi in discussione, mancava solo lo sparo di inizio.

Di fatto non è andata esattamente così, proprio per niente.

Il primo impatto con questa realtà è stato olfattivo.
In città (che poi è il posto dove tutti coloro che possono vivono e tutti lavorano) il tasso di inquinamento è altissimo. Macchine vecchie, senza manutenzione né nulla. La revisione c’è ed è obbligatoria, ma come ogni cosa per ottenerla è necessaria la mazzetta o la conoscenza diretta di qualcuno più che un buono stato di salute dell’auto. Con buona pace del cielo e dell’aria.

Per non scontentare la terra, gli ivoriani hanno deciso di buttare le immondizie in ogni dove. Quando dico in ogni dove, significa che se hanno una qualsiasi cosa in mano, di cui pensano di non aver più bisogno, la buttano a terra, lì dove sono. Senza che la cosa turbi nessuno.
I percorsi pedonali, specialmente quelli senza marciapiede (marciapiedi pervenuti solo nel quartiere direzionale, qui, altrimenti ci sono banchine sabbiose), sono disseminati di cartacce, bottigliette vuote, bucce di frutta, tappi in metallo: trovi davvero di tutto.

La cosa che mi sconvolse di più, all’epoca, fu la mancanza dei cassonetti. I rifiuti venivano messi nei sacchetti (a volte direttamente nei cartoni) e lasciati in un punto di accumulo. La raccolta non era neanche giornaliera. Un incubo. Immaginatevi rifiuti di ogni genere (scarti alimentari, contenitori sporchi di cibo, come anche pannolini e assorbenti e bottiglie con residui dentro) lasciati all’aperto sotto il sole equatoriale. Il paradiso della mosca e della malattia.

Con il tempo le cose sono un po’ cambiate: dall’anno scorso sono comparsi i cassonetti, nella zona. Il che migliora di un po’ la situazione. Ma neanche tanto, in fondo.

Se quello doveva essere il mio ritorno alla natura, qualcosa stava decisamente andando storto.
All’inizio la presi decisamente male. Poi capii.

Per tutta una serie di motivi, culturali, contingenti, legati alle malattie e all’aspettativa di vita, l’ivoriano medio vive per l’oggi. Non ha nessuna visione di un futuro che lo comprenda pertanto non si affanna né a preservare ciò che ha, né tantomeno a investire energie per migliorare qualcosa. Dove nel qualcosa non c’è solo l’ambiente, ma anche il lavoro o la salute.

Il fatalismo e la mancanza di obiettivi comportano un disinteresse totale per la cosa “comune”. In aereo, per dire, indifferentemente dalla classe in cui volano, gli ivoriani gettano i loro rifiuti a terra. Uno schifo inimmaginabile.

Come sempre un aspetto positivo c’è, in tutto questo. Vivere qui fa apprezzare maggiormente ciò che abbiamo e ci venire maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni. Mi è molto facile far vedere ai miei figli cosa succede se gettano qualcosa a terra: i loro coetanei sono abituati a farlo, loro, occidentali, sarebbero tentati per emulazione ma resistono per educazione impartita.

Toccare con mano le conseguenze, e immaginarne quelle secondarie (malattie, ambienti insalubri, peggiori condizioni di vita), di una cattiva gestione dell’ambiente che ci circonda ci aiuta ad apprezzare tutte le politiche di gestione sostenibile del territorio e di smaltimento dei rifiuti che ci sono in Patria, anche se fare la differenziata è meno immediato, anche se tenersi in mano il fazzoletto perché non ci sono cestini ci dà fastidio.

Del resto, mi ricordo una favola di quando ero bambina, il personaggio più importante del reame è lo spazzino, non il re. Deve essere una favola che qui, decisamente, non è arrivata.