Educare bicult all’indipendenza

L’affascinante e arduo compito di educare all’indipendenza nelle famiglie miste: quanto vale l’esempio individuale dei genitori?

Il tema dell’educare all’indipendenza è un argomento estremamente interessante, complesso, affascinante.

Ed è tra quelli che più vanno a toccare le corde profonde e intime di un genitore.

In Giappone, l’educazione dei bambini è estremamente indulgente e libertaria, ma forma un imbuto strettissimo durante la maturità, quando agli adulti è chiesto di seguire regole di comportamento molto rigide. Il concetto di indipendenza praticamente non è contemplato: durante il periodo di massima indipendenza, la vita adulta, è tutto è quasi interamente regolato in maniera pressochè identica per ciascun individuo; durante i periodi di massima dipendenza, l’infanzia e la vecchiaia, gli individui sono lasciati liberi o forse sono più semplicemente lasciati a sé stessi.

Regole e controllo sociale esistono in ogni cultura, ad ogni modo. In questo non c’è differenza.

In molti paesi africani non esiste il concetto di individuo come lo decliniamo noi: la vita è comunitaria, l’individuo appartiene alla comunità. Questo non esclude un grado di indipendenza, inteso come sviluppo indipendente della personalità, sempre però all’interno di regole sociali che riportano alla famiglia, al gruppo religioso, alla comunità di quartiere o di villaggio.
Credo, senza essere una studiosa di pedagogia, ma una counsellor con esperienza di contesti culturali diversi, che questa riflessione sull’indipendenza sia qualcosa che può interessare soprattutto un contesto europeo o forse occidentale (includendo anche il Nord America).

Educare all’indipendenza significa apparecchiare per gli essere umani in crescita un ambiente stimolante e con pochissime costrizioni, formalmente libero, in cui sperimentare e scegliere in base ai propri talenti. E poi significa lasciare andare. Significa accogliere la diversità dei figli da noi, sostenerne le scelte, seguirne la strada senza indirizzarla né ostacolarla. Significa porre alcune basi di regole essenziali e lasciare che facciano le loro scelte.
Dopo la rigidità della generazione dei nostri nonni e l’educazione senza regole della generazione del ’68, mi sembra che i genitori oggi stiano sperimentando le forme della relazione accogliente, con i figli; che siano orientati al rispetto delle specificità e aperti a molte (anche se non a tutte) le possibilità.

educare all'indipendenza nelle famiglie miste

In una famiglia bicult questo può e deve essere un argomento da tenere ben presente. Seguo e ho seguito molte coppie bicult che sono andate in profonda crisi di fronte ai diversi principi educativi cui i genitori fanno riferimento.
Se un figlio è educato all’indipendenza, allora è lasciato libero di scegliere. Per esempio se seguire la religione cattolica della mamma o quella musulmana del papà. E in una famiglia in cui entrambi sono, per esempio, credenti praticanti, ciascuno per conto proprio, non è semplice essere anche veri praticanti dei principi di libertà e indipendenza.
Significa lasciare che la nonna insegni ai nipoti le preghiere su Gesù, o che la mamma li iscriva al Campus estivo all’oratorio, e contemporaneamente far loro festeggiare la fine del Ramadan. Significa non imporre loro né il Ramadan né Gesù, ma proporglieli e lasciare che l’altro genitore o famigliare proponga.
Di fatto, significa essere molto sicuri che sarà l’esempio, il gesto educativo più forte di tutti.
E alla fine, significa accettare serenamente che anche il migliore degli esempi può non essere, di per sé stesso sufficiente, e che i figli potrebbero scegliere altro.

In parte tutto questo vale per ogni coppia di genitori: se si sceglie l’educazione all’indipendenza, l’esercizio personale all’accettazione consapevole di sè e dell’altro, deve essere massimo. Non esiste indipendenza senza libertà di pensiero e di azioni – pur tenendo presente che si tratta sempre di non prescindere dal proprio ruolo di educatori.
In una famiglia bicult il gioco di equilibri è semplicemente più complicato.

Se vale per tutti il gioco delle tre palle: la mia cultura famigliare, la cultura famigliare del papà, la personalità indipendente del bambino – in una famiglia bicult bisogna mettere in conto che la cultura famigliare del genitore lontano da casa può essere meno elastica (dovendo sostenere una distanza emotiva siderale dalle proprie radici e dalle proprie narrazioni conosciute), e bisogna mettere in conto che la cultura famigliare del genitore di casa potrebbe dare per scontato di essere “la migliore” e avere tendenza a prevalere, anche perché condivisa dalla comunità in cui il bambino cresce.

Educare all’indipendenza è un terribile e sovrumano equilibrio tra consapevolezza, autodisciplina, accoglienza ed elasticità. Per tutti, ma per le famiglie bicult un po’ di più.

educare all'indipendenza nelle famiglie miste

Ph credits ©Cristian Fillies

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