Anni fa, ero ancora un’adolescente tutta chewin-gum e topexan, uno dei pochi zii d’America (rettore, coltissimo, collezionista d’arte) che io abbia avuto, mi fece conoscere Leo Buscaglia: professore italo americano, primo docente universitario a tenere un corso sull’AMORE.

Un corso sull’AMORE, esattamente. Con lezioni strutturate, la prima delle quali era dedicata al ruolo dell’insegnante e alla sua capacità di restare “umano” nonostante il ruolo accademico.

Leo Buscaglia ci ha lasciato numerosi libri dedicati all’amore e al rispetto, di se stessi in primis, e delle relazioni che ogni giorno viviamo poi. Li ho letti quasi tutti; alcuni poi riletti, alcuni regalati, altri prestati e messi in circolo senza mai vederne il ritorno.

Quello che ho appreso dalle lezioni d’amore di Buscaglia non sono modelli su carta, metodi empirici, ma grandi luoghi comuni che però, per non so quale ragione, tendiamo ad ignorare o sottovalutare e che alla lunga rovinano il nostro modo di stare “insieme”.

Un esempio che uso spesso, con i miei figli e anche con i miei amici è quello del cane.
Buscaglia ipotizzò che un cane entrasse in un’aula del Campus.
La prima reazione sarebbe la sorpresa di trovarsi un animale in classe. Poi però è il comportamento del cane che decide le reazioni successive.
Se ringhia o abbaia, è normale che gli studenti in qualche modo possano sentirsi minacciati dalla sua presenza; ma se entra scodinzolando, se si stende a pancia all’aria, si accosta in cerca di coccole, qualcuno che gli allunga una carezza, lo trova sempre. E il contatto è stabilito.

Di solito propongo questo aneddoto per far capire che è inutile arroccarsi in posizioni di attacco. Se vogliamo essere visti, abbracciati, ascoltati, siamo noi i primi che dobbiamo mandare segnali di apertura.
Tutti abbiamo giornate storte. Capita. Ma l’importante è poi che ci sia chiaro che se vogliamo avere delle persone accanto, vogliamo un dialogo, una relazione, un sentimento, servono ponti e non muri.
Soprattutto in casa, primo luogo di educazione sentimentale.

Vi chiedete mai in che modo ci accorgiamo di essere amati?

Per me essere amata era la pasta con il burro quando papà mangiava il ragù.
Il pigiama messo a riscaldare sul termosifone prima di andare a dormire.
La cena sul letto quando avevo la febbre.
La casa nuova e noi tre, mamma, papà ed io, con il pigiama uguale. Da qualche parte so, di avere ancora le fotografie.
La mia brioche con la marmellata d’arance sopra il piano della cucina.

Ci accorgiamo di essere amati quando qualcuno ha cura di noi, quando con la sua attenzione ci accarezza, quando i nostri piccoli bisogni sono ascoltati e quando i desideri diventano, nei limiti del realizzabile, progetti condivisi.

Chi riceve ascolto, chi riceve amore, ne diventa a sua volta portatore.
L’amore lascia un’impronta su di noi, modifica il nostro modo di essere prima bambino e poi adulto.

Quindi, come noi amiamo è la nostra vera eredità. Il modello al quale o dal quale i figli faranno riferimento o vorranno in tutti i modi scostarsi.

Per questo amo a braccia aperte e la mia casa è sempre aperta.
Per questo le feste di compleanno non hanno mai inviti ad personam ma a classe.
Per questo i regali di Natale, compleanno, e feste varie, includono spesso piccoli viaggi, concerti, spettacoli a teatro. Fare cose insieme. Collezionare momenti preziosi. Insieme.

Lascio come ultima riflessione la gestione degli insuccessi. Trovo quotidianamente fra whatsapp, facebook e blog qualcuna che racconta dei risultati dei propri figli.
Che siano successi o insuccessi, direi che almeno fino alla laurea sarebbe consono godere o piangere in famiglia delle super pagelle o mazzolate, delle verifiche non proprio brillanti o dei diversi metodi educativi applicati alla bambina o al bambino di turno.
Mia madre mi diceva: quando ti chiedono come va tu rispondi sempre “bene”.
Non sminuire tuo figlio. Lui soffre dei suoi insuccessi.
Non esaltare tuo figlio. Oggi è così, ma domani?

A volte ci riesco. Altre no. Quando mia figlia ha sbagliato scuola e il risultato c’è piovuto addosso, ho avuto bisogno di almeno un paio di mesi per capire che lo sbaglio era mio. E con questo non deresponsabilizzo lei dai suoi errori, ma mi rendo consapevole del fatto che sono stata cieca di fronte ad una situazione che per lei era di insofferenza. Non ho prestato la dovuta attenzione. Non le ho dato le giuste carezze.

Vi lascio con una foto di mio figlio che sembra saltare nel firmamento e una frase di Leo Buscaglia.
Parole migliori non potevo trovare.

„Quando mi tratti in modo da farmi sentire speciale, compensi per tutti quelli che, durante il giorno, mi sono passati accanto senza vedermi.“