Educare al sentimento

L’educazione sentimentale dei figli è importantissima; occorre però, forse, partire dal capire quale è stata la nostra e in che modo ha agito su di noi

L’educazione sentimentale dei miei figli passa attraverso un faticoso viaggio nell’accettazione dei miei stessi sentimenti. Nell’accettazione di me, oserei dire. Sono stata sempre una bambina “brava“. Archetipica, quasi. Una figlia modello, assennata, ubbidiente. Alunna dotata, adolescente atipica, ragazza e giovane donna fin troppo saggia. Educata con successo non solo a fare e dire la cosa giusta, ma anche e soprattutto a “sentire” la cosa giusta. Da piccola, più che a perseguire la mia felicità, mi è stato insegnato a perseguire la rettitudine. La giustizia, l’altruismo, la morale. Il che mi ha regalato enormi capacità di introspezione e di empatia, ma anche una forte inclinazione al senso di colpa e alla mancanza di autostima.

E io, ora che sono madre, non vorrei lo stesso per i miei figli. Non vorrei che si sentissero sbagliati perché credono di sentire qualcosa di sbagliato. Vorrei che misurassero il proprio valore sulla base delle azioni che sceglieranno di fare e delle idee che tenteranno di maturare. Vorrei che non si vergognassero dei propri sentimenti, e che, di conseguenza, non si sentissero mai in diritto di giudicare i sentimenti altrui.

Non so se esiste un sistema per educare i bambini a vivere e manifestare i propri sentimenti con naturalezza e autenticità. Io ci provo sforzandomi di dare loro un esempio che vada in questa direzione. Di impormi, forse per la prima volta nella vita, di contattare ed esprimere anche le sensazioni che per anni ho covato e represso, ritenendole erroneamente “negative”: la rabbia, la paura, l’angoscia, la frustrazione. Ne parlo con i miei figli, cercando di spiegare sempre con franchezza le ragioni dei miei momenti difficili, delle sfuriate che a volte capitano, delle reazioni eccessive. E delle lacrime, perché no.

Mi dico che se i miei figli vivono come “normale” la dimensione di un adulto che riconosce i propri sentimenti, li condivide e li motiva – non senza diventare per questo “un emotivo” o una persona irragionevole – è più facile che sapranno a loro volta confrontarsi con quello che sentono, accettarlo, gestirlo. Li incoraggio a parlare delle loro emozioni, faccio attenzione a non mortificare mai sentimenti come la rabbia, la gelosia, la paura, che spesso vedo bollare da altri adulti come “sbagliati”, esecrabili, dannosi. Ribadisco di continuo che non c’è niente di male nel sentirsi furiosi, o preoccupati, o gelosi, e che la cosa importante è condividere i propri sentimenti con chi ci ama davvero, sicuri che questo non potrebbe mai scalfire il bene che ci vogliono le persone che contano.

D’altro canto, cerco anche di fare uno sforzo quotidiano per non ironizzare sui sentimenti degli estranei, per non sminuirli, per non etichettare come “negative” a prescindere certe emozioni e reazioni degli amici dei miei figli, per esempio. Si tratta di un’esperienza nuova per me, e non sempre facile (certi atteggiamenti sono talmente automatici, per noi, che a volte non riusciamo neanche a riconoscerli), che mi è stata ispirata anche dalla lettura di libri sul cosiddetto metodo danese” per l’educazione dei bambini, in cui l’addestramento all’empatia rappresenta un aspetto fondamentale del processo educativo. Se voglio che i miei figli amino se stessi anche quando devono fare i conti con sentimenti controversi e problematici, mi dico, dovranno imparare prima di tutto ad accettare questi sentimenti nelle persone che hanno attorno.

Troppo presto per dire se tutto questo avrà un qualche riscontro. Troppo presto, adesso che i miei bimbi sono ancora entusiasti di condividere con me ogni cosa che vivono, che scoprono, che sperimentano. Ora che ancora sono avidi di affetto e attenzioni. Il tempo mi dirà se ho avuto ragione almeno un po’, ma di una cosa sono certa fin d’ora: i miei figli non dovranno avere mai paura che i loro sentimenti possano alienare loro il mio amore immenso.

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