Fare squadra in famiglia, ieri e oggi

Ciao a tutte!
Questa volta il tema del mese mi trova un po’… spaesata!
Fare squadra in famiglia” per me è complicato, dal momento che adesso siamo in due e una è Alessandra che è, come già sapete, portatrice di handicap, per cui la squadra” sono soltanto io e quindi “da me me la canto e da me me la suono“, come si dice dalle mie parti!

Squadra per me è sinonimo di gruppo di persone che collaborano e interagiscono tra loro per il bene comune: oggi, per fortuna, è possibile farlo anche all’interno di un nucleo familiare dove entrambi i genitori lavorano, quindi non solo è possibile, ma anche indispensabile: occorre, però, avere la capacità di allontanare quelle regole prestabilite a cui siamo stati abituati.

All’interno del gruppo, i ruoli devono sparire: nell’assunto, tipico della mia generazione, che “il marito porta i soldi a casa e la moglie si occupa dell’andamento della casa e all’educazione dei figli” in effetti c’è solo l’idea del gruppo, in pratica si tratta di un insieme di persone che vivono sotto lo stesso tetto.

Una volta, come ho detto, purtroppo, era così ed era ritenuto normale.
Le cose sono cambiate quando le donne hanno cominciato a prendere coscienza di sé, a pretendere i loro spazi, ma non è stato semplice anche perché c’era l’ostacolo dell’educazione che ci era stata imposta. Ci era stato inculcato, fin dalla nascita, che maschi e femmine avevano il loro ruolo ben definito: cura della casa e dei bambini spettavano alle donne, il mantenimento economico agli uomini, punto e basta.

Le nostre suocere, tanto per dirne una (e forse è proprio per questo che molto spesso sono state viste come il fumo negli occhi!), hanno speso insegnato ai loro “pargoli” che non avrebbero dovuto occuparsi dei figli in quanto compito delle madri: cambiare il pannolino all’erede o prenderlo in braccio per coccolarlo e farlo addormentare? Giammai, avrebbero perso la loro dignità di “pater familias“! E credetemi, era così, ve lo dico per esperienza personale.

Mio marito, pur essendo un professionista e dirigente industriale di indubbie capacità, da bravo figlio di mamma calabrese (non me ne vogliate, ma soprattutto nel Sud a quei tempi era così), non ha mai preso in braccio Francesca né tantomeno ha mai spinto la carrozzina quando uscivamo.
Quando l’ho visto prendere in braccio Piergiorgio, il nostro primo nipotino, c’è mancato poco che svenissi! Forse gli è riuscito più facile abdicare al ruolo che gli era stato inculcato con il passaggio da genitore a nonno, chissà!

Oggi è un piacere constatare che molte famiglie “fanno squadra”, il ché vuol dire che c’è collaborazione: quando bisogna fare qualcosa si fa e basta, senza dire “questo lo fai tu, questo tocca a te” e anche i figli devono contribuire al buon andamento delle cose.

Per concludere, la parola chiave della squadra deve essere “collaborare” con tutti e per tutti, secondo le proprie capacità e possibilità, altrimenti si è solo numeri e non un insieme…

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