Maternità e leadership: adesso il capo sono io

Quante volte ci siamo sentite sopraffatte da una professoressa le cui decisioni ci sembravano ingiuste?
Quante volte siamo tornate a casa e, dopo avere sbattuto sonoramente la porta dietro di noi, abbiamo attaccato con una filippica contro il nostro capo?

Io scommetto che non ci sia capo al mondo, che non abbia fatto saltare i nervi almeno una volta a ciascuno dei suoi “sottoposti”.

Io credo che l’ingenerare conflitti sia un effetto collaterale inevitabile della leadership.

Ci sono persone che per indole ed attitudini, sembrano nate per essere leader. Ce ne sono altre che ci si ritrovano inconsapevolmente, magari in virtù di capacità maturate “da sottoposti” che li hanno portati a fare una scalata ed arrivare a gestire, o addirittura comandare, un gruppo.

E poi ci sono i genitori.

Quando diventi genitore diventi automaticamente il capo. Sei tu che decidi quando si mangia, sei tu che decidi cosa si mangia, sei tu che dai l’ordine del giorno delle giornate. Quando i bambini sono piccoli, considerano noi genitori fautori del bene e del male, del cielo e della terra. Poi crescono e ci ridimensionano notevolmente, ma intanto noi cosa ne abbiamo fatto di quella finestra di leadership che ci hanno concesso? Siamo stati in grado di essere dei buoni capi e guidare il gruppo nella direzione migliore alla realizzazione del progetto comune?

Personalmente mi è capitato di sentirmi dire di essere un po’ “nazi“: per esempio quando ho costretto le mie figlie a dormire quando non ne manifestavano l’intenzione, o per avere insistito perchè mangiassero quello che avevano nel piatto e non l’ennesimo chilo di pane. Spesso mi sono sentita io stessa “un po’ nazi”, per avere assunto toni e modi degni di un generale di qualche armata delle buone intenzioni.

Probabilmente lo sono stata, sì. Sono stata un po’ nazi con le mie figlie. Ma posso dire due cose?

A me questa autorità piovuta così dal cielo non è dispiaciuta per niente. Il vero discrimine tra l’infanzia e l’età adulta credo sia quello determinato dal momento in cui smetti di essere un sottoposto e diventi il capo. Questo può accadere a prescindere dai figli, ma a me non è successo, ci è voluto l’input della maternità.

E poi sono convinta che se ti vuoi far rispettare, se vuoi che i tuoi figli rispettino i tuoi spazi (e quindi quelli di tutti gli altri), una certa autorità ci voglia, insieme alla capacità di dire un no che rimanga un no. E credo fermamente che quell’autorità giovi molto anche ai figli, che possono così trovare un faro sicuro da seguire, ben saldo là dove l’hanno sempre visto.

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Riccarda Zezza e Andrea Vitullo hanno scritto un libro sul fatto che “La Maternità è un Master” ed io ne sono convinta. Sicuramente, se sappiamo cogliere le opportunità che la maternità ci offre, possiamo (oltre che finalmente diventare adulte) sviluppare una serie di competenze che potremo riciclare in molti ambiti: quello lavorativo, per esempio, o delle relazioni interpersonali.

Nel mio caso specifico poi (non senza avere lasciato una serie di capelli bianchi e di rughe sul cammino), questo scoprirmi “leader” grazie alla maternità mi ha senz’altro aiutata a destreggiarmi una volta diventata davvero il capo di me stessa, e cioè quando mi sono messa in proprio.

Ma di questo parleremo in una rubrica tutta nuova su “Mamme che intraprendono“, presto, anzi prestissimo, su questi schermi.
Stay tuned…

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