Quanto dovrebbe guadagnare una mamma?

Il punto non è tanto sapere quanto dovrebbe guadagnare una mamma a tempo pieno, il punto è più interiorizzare quanto vale quello che la mamma a tempo pieno ha imparato a fare grazie all’esperienza della maternità.

L’annosa questione è salita più e più volte alla ribalta delle cronache: quanto dovrebbe guadagnare una mamma a tempo pieno?

Tanto, naturalmente, questo lo sentiamo dire da un po’. Quanto un manager, dicono, ma quanto guadagna un manager? Avete amiche manager a cui chiedere?

Come dite?, avete un amicO manager? Ma guarda il caso…

Ve lo dico io: secondo una recente indagine, una mamma a tempo pieno dovrebbe guadagnare almeno 7.000 € al mese.

(risate del pubblico)

quanto dovrebbe guadagnare una mamma

Se volete un break-down puntuale di tutte le mansioni di quotidiana pertinenza della cosiddetta “mamma a tempo pieno” (casomai aveste un’amnesia e non ve le ricordaste, nonostante le svolgiate tutti i giorni), potete ripassare grazie alla graziosa infografica che trovata in questo articolo.

Se invece vi sembrano le solite esagerazioni che servono più che altro ad acchiappare clic, e siete più realisticamente convinte che i 7000 € siano una mistificazione e che dovremmo parlare d’altro, allora facciamo un discorso più sensato insieme, vi va?

Il punto non è quanto dovrebbe guadagnare una mamma a tempo pieno (cioè: “una donna che non lavora fuori casa ma si prodiga in attività di cura di casa, famiglia, bambini e anziani” – perché io onestamente di mamme part-time non ne ho conosciute, neanche tra quelle che lavorano anche fuori casa).

Il punto è: tutte le mamme a tempo pieno sono tali per libera scelta e hanno trovato in questa complessa e onerosa attività non retribuita la realizzazione di sé, oppure una larga percentuale ci si è trovata per necessità, per contingenza o persino perché non ha avuto uno straccio di alternativa?

Io penso più la seconda, voi che dite?

Il punto è che in un Paese in cui la natalità è ai minimi storici e il Pil è in picchiata da che abbiamo memoria, probabilmente la verità è che non esistono le condizioni perché le donne possano inserirsi e proliferare nel mondo del lavoro contibuendo alla crescita ed alla richezza di loro medesime e del Paese. E non solo le madri, attenzione, perché se hai un utero sei “una madre in potenza” e così vieni considerata dalla stragrande maggioranza dei datori di lavoro: una bomba innescata per distruggere la felice routine delle 13h medie d’ufficio giornaliere.

Le donne vengono pagate in media il 10% in meno dei colleghi uomini (a parità di mansioni, s’intende), quindi dovendo rinunciare ad uno stipendio in famiglia, proviamo ad indovinare a quale si rinuncerà?

Una donna che accudisce figli come attività esclusiva perché non esistono agevolazioni, strutture né una rete di welfare adeguata, non lo fa perché l’ha scelto ma perché nella scala di valori, per quanto in alto siano le tue ambizioni, i figli vengono sempre prima.

Ad ogni madre che non lavora fuori casa, corrisponde una famiglia monoreddito e una famiglia monoreddito è più povera di una in cui di redditi ce ne sono due.

Ce ne sarebbe abbastanza per una rivoluzione femminista, che tuttavia non si verifica: probabilmente perché siamo così immerse in questo clima di quotazione al ribasso del nostro valore, che siamo arrivate a pensare di valere poco, pochissimo. Siamo arrivate a pensare che sia perfettamente normale sgobbare senza percepire uno stipendio o percependone uno ridicolo (sì, anche fuori casa).

Non sarà tuttavia un’infografica, per quanto ben illustrata, a farci sentire diverse. L’infografica farà la fine di quei mirabilia che passano sulle bacheche FB di mezzo pianeta: indignano, commuovono,  divertono, e dopo 24 ore cadono nell’oblio.

Quello che può innescare un vero cambiamento è la consapevolezza non di quello che dovrebbe essere un fantomatico stipendio, ma di quello che siamo e di quello che siamo capaci di fare anche grazie alla maternità.

 

Dal 2013, c’è un libro che ce lo insegna, si intitola “Maam – la maternità è un master” e leggerlo potrebbe cambiarvi radicalmente la prospettiva.

Avete presente quegli incastri prodigiosi per cui riuscite a fare in una giornata quello che prima dei figli (grazie al fatto che dovevate pensare solo a voi stesse, e neanche troppo intensamente) avreste fatto in una settimana?

Si chiama time-management.

Avete presente quelle mattine in cui nei 35 minuti a disposizione per prepararvi e uscire di casa, riuscite a convincere vostra figlia che no, non indosserà i sandali e la t-shirt delle Principesse perché è Gennaio e per giunta sta diluviando, senza che ci siano spargimenti di sangue?

Quello si chiama negoziazione.

Avete presente quella volta che vostro figlio è scoppiato in un capriccio epocale in mezzo al supermercato, urlando come un pazzo e facendo l’angelo nella neve senza neve, e voi siete riuscite a portarlo a casa sano e salvo senza che svuotasse a pedate gli scaffali più bassi  e senza che qualcuno chiamasse i servizi sociali?

Si chiama gestione delle crisi.

Queste sono solo alcuni delle cose che una madre, o chiunque si prenda cura di un soggetto irragionevole quanto solo un bambino piccolo sa essere, impara a fare semplicemente per sopravvivere. E se è vero che non tutte imparano, è innegabile che tutte ne abbiamo l’opportunità, per il semplice fatto che siamo diventati genitori: abbiamo “la palestra in casa”.

Ora: non è semplicemente esilarante il fatto che molte delle aziende che non ci hanno rinnovato il contratto, o che non ci hanno concesso una riduzione oraria che ci consentisse di conciliare lavoro e vita familiare, o che ci hanno demansionate perchè “non potevamo più essere disponibili al 100%”, paghino costosi master per allenare i loro manager a quelle stesse competenze che noi stavamo allenando a casa, e gratuitamente, proprio quando loro hanno deciso che non avremmo più reso come prima?

In effetti avevano ragione: avremmo reso di più, se non ci avessero messe all’angolo, trattandoci come se non valessimo niente.

Ora io ve lo dico, non mi illudo: il mondo non cambierà abbastanza in fretta da lasciarci la soddisfazione di vedere passare i cadaveri lungo il fiume.

Quello che possiamo fare però è prendere coscienza di quello che siamo, tornare ad avere fiducia nel fatto che noi valiamo e che la maternità non ci ha neutralizzate, lavorativamente parlando, anzi, ci ha rese più forti.

Saperlo ci aiuterà a negoziare il prossimo stipendio, quando decideremo di trovare un lavoro fuori casa.

Ci aiuterà a non considerarci soltanto casalinghe, se non è quello che vogliamo essere.

Ci aiuterà ad avere più stima di noi, perché esistono evidenze scientifiche, biologiche e sociologiche del fatto che la maternità potenzi le nostre capacità, e il fatto che le aziende là fuori per lo più lo ignorino, sarà più un problema loro che nostro, alla lunga.

Se volete avere un’idea più chiara di quello di cui parlo, con esempi pratici e dei piccoli esercizi di consapevolezza, iscrivetevi alle Storie di Maam (sono 10 puntate, 1 volta la settimana, arrivano nella mail).

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