Ricominciare.
Il leit-motiv di questi ultimi 3 anni.

Ricominciare a vivere in un posto dopo due o sei mesi di stacco, a seconda di quale continente si prenda in considerazione.

Ricominciare una routine, una vita, delle abitudini. Staccare una lingua e attaccarne un’altra, senza soluzione di continuità.

Ricominciare ad attribuire un posto alle cose, a confrontarsi con la necessità di collocare i propri oggetti in uno spazio.

Ricominciare a portare il giacchetto e a dormire con la coperta, al di sopra del Sahara.
Ricominciare a dormire con l’aria condizionata accesa e a mettere solo roba senza maniche, sempre, al di sotto del Sahara.

Ricominciare a sperare che anche la maitresse di quest’anno (sì, il sistema francese prevede che la maestra segua la classe, non i bambini: c’è la maestra di prima, quella di seconda, etc) non abbia teorie naziste sulle coccole da mamma italiana e soprattutto sappia tenere le mani al loro posto.

Ricominciare ogni volta in una casa diversa: la tana africana, la tana italiana e gently hill, casa dei nonni Latana. Ricominciare ogni volta a prendere possesso di spazi che non ci sembrano mai del tutto nostri, anche se uno, almeno per un componente della tana, lo è stato per 28 anni, l’altro ha il nostro nome sopra e l’ultimo è quello in cui passiamo più tempo.

Ricominciare, dopo ogni viaggio, verso qualunque meta, a cercare punti fissi, a odorarci intorno, a cercare i semi lasciati cadere lungo la strada. Ricominciare a pensare in termini di variabili ogni volta diverse.

Ricominciare.
Stancarsi e stupirsi ogni volta dei contrasti che il primo confronto ci presenta.
Farci ancora stringere dalle accoglienti braccia di una quotidianità stortignaccola, con la data di scadenza che si avvicina sempre più velocemente ma che è ancora calda e tutto sommato rassicurante.

Tra un anno più o meno esatto ci aspetta un ricominciare dal sapore squisitamente italiano e che ci spaventa veramente tantissimo. Ci sarà da riappropriarsi di spazi che ci hanno visto diversi, più immaturi e meno coscienti di noi; ci sarà da capire se i fili lasciati indietro abbiano ancora qualcuno dall’altra parte, ci saranno da tirare somme e da prendere decisioni che per ora possiamo ancora rimandare.

Per ora, nella nostra tana, ci godiamo questi periodici ricominciare, questa non appartenenza da nomadi che ci rende forse un po’ anche psicologicamente liberi, che ci dà la possibilità di scappare o di pensare di poterlo fare.
Il ché, si scopre col tempo, non è affatto una cosa brutta.